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martedì 3 agosto 2010

biografie


si sa, quando di mestiere si fanno libri, e nella fattispecie libri d’arte, si viene a contatto con una serie di autori (intendo quelli viventi), qualcuno di vaglia, la grande maggioranza membri della schiera dei mediocri. una sottocategoria dell’appena citata schiera è quella dei wannabe, gli aspiranti: esiziali signore di mezza età (anche quando sono maschi) che vorrebbero ma non possono: saggisti che vorrebbero essere umberto eco, poi accettano di scrivere dieci cartelle per un onesto produttore di calze per la moda (ma facoltoso, e che li paga molto) e adattano variandolo pochissimo un saggetto scovato su internet, note, bibliografia e tutto; architetti che vorrebbero essere zaha hadid, poi progettano un centro commerciale e lo chiamano multifunzionale e pubblicano un libro che elenca minuziosamente progettini e collaboratori, badando a non dimenticare proprio nessuno; designer che vorrebbero essere alessandro mendini, ma, nonostante l’ormai assodato incanutimento, del famoso signore del design rimangono ancora vice (epperò stile joe biden, non stile al gore) e di loro si ricorda qualche vasetto, un paio di tappeti e un qualche sparso verso autoreferenziale.
ebbene, questi tronfi signori/e un po’ patetici, convinti di dover essere onorati in virtù del fatto che riescono a navigare a vista nel piccolo mare popolato di architetti/designer/progettisti di varia natura, oltre ad affliggere con puerili capriccetti le case editrici che frequentano, talvolta scrivono le loro biografie (faute de mieux: se non le scrivessero da soli, chi altri terrebbe memoria delle loro non indimenticabili gesta?), che poi fanno davvero pubblicare sui libri, nonostante siano così concepite: “… Da allora progressivamente si afferma con i suoi scritti come il narratore più lucido, impietoso e insieme appassionato delle vicende del design e dell’architettura italiana e internazionale: realizza anche numerose mostre ed esposizioni (seguono i titoli), suoi oggetti e prodotti fanno parte di collezioni private e pubbliche in Italia e nel mondo”.
si legga ora, da una delle tante biografie di umberto eco – l’estratto che segue è tratto dal sito di Italica Rai internazionale: “Nato ad Alessandria nel 1932, Umberto Eco si trasferisce poco meno che ventenne a Torino per potervi frequentare l'Università. Nel 1954 si laurea in estetica, relatore Luigi Pareyson, con una tesi su san Tommaso d'Aquino, autentica scaturigine degli studi di medievistica dei quali si ricorderà pure in certe sue fortunate prove narrative. …”. certo, umberto non è lucido, impietoso e insieme appassionato, ma forse un tantinello più elegante?
non è questo il momento di svelare il nome del nostro albocrinito figlio del popolo (ma irreprimibilmente attratto dalla borghesia), prezzolato autore di vaste monografie aziendali: per questo bisognerà attendere la biennale di  venezia, dopo il 26 agosto, quando il suo  ultimo libro sarà di pubblico dominio. se però qualcuno dovesse indovinare l’identità della petulante prima del 26, scatta l’aperitivo premio. buona caccia.

domenica 4 maggio 2008

night in abu dhabi


mio padre lavorava come operaio specializzato per un’azienda che costruiva laminatoi, piattaforme petrolifere e altre grandi strutture in paesi per me, al tempo, lontanissimi. questo lo portava dal venezuela alla liberia, dal perù all’iran all’algeria. i suoi compagni e lui lavoravano per tre, sei, nove mesi in uno di questi luoghi: vivevano in un accampamento all’interno del quale disponevano di un cuoco italiano e di qualche altra sparuta facility. disponevano anche di quello che si chiamava pocket money: somme in valuta locale che gli operai dovevano necessariamente spendere prima di tornare in patria. allora lui, arrivato all’aeroporto, comprava profumi francesi, liquori, sigarette: e al suo ritorno noi – mia madre, mia sorella, io – potevamo inopinatamente indossare le fragranze più care e à la page: miss dior, chanel numero 5 e numero 19, l’air du temps di nina ricci, ô de lancôme.
al ritorno da non so quale viaggio, una volta, portò, insieme con la consueta mercanzia, un’audiocassetta dall’evocativo titolo night in abu dhabi. occupata com’ero a cercare di strimpellare le canzoni di bob dylan, non credo di averla mai ascoltata: ma quel titolo mi è rimasto sempre in mente, con il suo carico di indistinte favolose sensazioni.
ho appena finito di leggere per lavoro un libro sull’avveniristica (ma è un avvenire già presente) architettura negli emirati arabi uniti: schiere di studi di architetti tra i più prestigiosi al mondo all'opera per progettare e realizzare una serie di utopie costruttive, oltre qualunque limite tecnologico, con l’enorme vantaggio di non dover badare a spese e di potersi così permettere il lusso di pensare anche all’ecologia e alla sostenibilità.
gli emirati sono lungimiranti: consapevoli dell’inevitabile venturo esaurimento delle risorse del loro sottosuolo, da qualche decennio pianificano una diversificazione dell’economia: creano servizi di investimento legati alla finanza e al turismo al fine di attirare capitali stranieri e, potendo pagare molto bene, coinvolgono i professionisti migliori e puntano a eguagliare gli standard qualitativi dei paesi più avanzati. tra le altre sfrontate meraviglie architettoniche di cui gli avveduti sceicchi si stanno circondando, è in progetto la saadiyat island, l’isola della felicità: su una superficie sabbiosa a 550 metri da abu dhabi sorgerà il polo culturale più grande del mondo: nel cultural district (ma in italia esiste un equivalente? a milano o a roma esiste, non so, il “quartiere della cultura”?) troveranno posto un louvre firmato da jean nouvel, un guggenheim di frank o. gehry, l’abu dhabi performing arts centre progettato da zaha hadid, il museo marittimo di tadao ando. ci saranno poi il museo dedicato alle tradizioni locali e una ventina di padiglioni per una biennale dell’arte, collegati da un canale navigabile, nonché un campus creativo con scuola di belle arti, per allevare le future generazioni di artisti. il louvre di abu dhabi è talmente louvre che ha ricevuto la benedizione dal vero louvre; eppure – sarà che in maggioranza sono ancora progetti e ho potuto vedere solo quelli, sarà che le simulazioni hanno qualcosa di inquietante, ma a ben guardare tanto il cultural district quanto il resto degli emirati restituiscono, più che l’idea di un’area in fermento evolutivo, un algido senso di second life. poi, come sempre accade, la natura farà il suo corso, forse qualche filo d’erba sfuggirà alle forbici degli implacabili giardinieri arabi. i progetti diventeranno costruito e l’aria salmastra del golfo produrrà qualche crepa, una breccia nei costosissimi materiali impiegati per le costruzioni. sarà il momento di trascorrere una notte ad abu dhabi.