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lunedì 20 febbraio 2012

coglionate e puttanate

chi scrive sta conducendo l'editing di un manoscritto la cui vicenda si svolge nel meridione d'italia intorno al 1820, tra carbonari e borbonici. nel testo compaiono a un certo punto le espressioni "coglione" e "porca puttana". mi chiedo se al tempo fossero invalse. sono quasi certa per "coglione", ma brancolo nel buio per "porca puttana". allora scrivo a un collega molto competente, il quale mi conferma ciò che mi aspettavo a proposito di "coglione", citandomi (dato che è uno storico dell'arte) il caso di Caravaggio e Baglione: "[Caravaggio] Lo riteneva, e lo diceva fuori dai denti, un coglione e non aspettava che l'occasione giusta per diffondere questa sacrosanta verità. Lo irritava, di Baglione, la capacità di sapersi ingraziare i potenti, a forza di inchini, smancerie, baciamani quando c'era di mezzo una tonaca cardinalizia. 'Leccate di culo' le bollava al solito senza peli sulla lingua". Giuliano Capecelatro, Tutti i miei peccati sono mortali. Vita e amori di Caravaggio, Il Saggiatore, Milano 2003.
Per quanto concerne il "porca puttana", il collega fa riferimento alla seguente ottava dell'Orlando innamorato:

La damigella ch' ivi era guardiana,
Incontro sopra 'l ponte loro è gita;
E con vista piacevole ed umana
A ber del fiume tutti tre gì' invita.
Astolfo le gridò: porca, puttana,
La malvagia arte tua pur è finita:
Morir convienti, renditene certa:
Ch' ormai la fraude vostra s' è scoperta.


precisando "tra il porca e la puttana però in effetti c'è una virgola... perplessità". è una perplessità che condivido, perciò il dubbio rimane.
qualche lettore all'ascolto può contribuire a scioglierlo?




immagine courtesy hscc.carr.org
 

mercoledì 9 novembre 2011

delle cose che si possono trovare nei vecchi libri, di qualunque natura essi siano

di questa poesia di Scott Poole mi è molto piaciuto il lato domestico, così l'ho tradotta:


La Bibbia

Nel caso servisse
è sempre là.

Perché devi averne almeno una.
La parte che sempre torno a leggere
è la dedica
alla nonna di mia moglie.

Immagino Dio a un book signing,
mentre firma la sua copia,
“Cara Eva, grazie per la tua devozione”.

Ma più che altro penso a quando
lei potrebbe averla tenuta in mano:

qualche volta in chiesa,
in un paio di momenti di smarrimento, in camera da letto
e una strana volta dopo la messa

quando andò dal fruttivendolo
e la posò un attimo su un mucchio di mele
mentre esaminava le banane alla ricerca di ammaccature.

Scott Poole, The Bible, da The Sliding Glass Door, by permission of Colonus Publishing, Spokane, WA, 2011

lunedì 7 novembre 2011

essenze decadenti

io credo che qualunque signora elegante dovrebbe usare ogni giorno un paio di gocce del profumo Tubéreuse criminelle di Serge Lutens. se non altro per la descrizione che ne dà il suo creatore: "La materia lattiginosa, spessa, cremosa dei suoi fiori bianchi evoca le pallide donne amate da Joris-Karl Huysmans. Sui suoi petali sfatti corrono segni di tonalità impercettibili, dal viola al seppia, i colori delle occhiaie".

cortesemente

David Michael Bautista, wrestler. Peso 115 chili, altezza 198 centimetri. Soprannome: The Animal
Gentilissima signora Cognome,
dovrebbe essere così cortese da inoltrare a chi sta lavorando ai testi delle schede il presente file che contiene tre indicazioni sui materiali altri dati. Spero che siano arrivate tutte le tre mail di martedì che Le ho inviato. Una conteneva la bibliografia, una tutto ciò che riguarda le schede, una il saggio; me ne può cortesemente dare conferma? Grazie, cordiali saluti   Nome e Cognome
il testo sopra riportato è quello di una mail inviata a una casa editrice di milano. il mittente è un'autrice e il destinario è chi scrive. è un esempio fra moltissimi: nel senso che moltissimi mittenti inviano comunicazioni contenenti seri dubbi sulla cortesia dei loro destinatari. se tu non dubitassi della mia cortesia, perché mi chiederesti di essere "così cortese da"? e perché specifichi con quell'avverbio quale dovrebbe essere la qualità della mia conferma? potrei mai darti conferma di qualcosa cafonamente? 
io questa gente la farei aspettare sotto casa dal mio amico qui sopra.

domenica 6 novembre 2011

you need a little humor in life: grieco groucho

verbi

1. pensavo, il trapassato prossimo è un verbo che non si sente bene.

2. ma poi, il futuro anteriore è il pancione di una gestante?


di cosimo grieco abbiamo già parlato qui. aggiungo solo che grieco è un carveriano di ferro, un acutissimo osservatore della provincia con relativi provinciali, che se si decidesse a scrivere sulla città di taranto (dove vive e da dove corrisponde) e i suoi cittadini sbancherebbe, e che scrive anche microracconti così:

circolare rossa
ieri sono salito sulla circolare rossa con la macchina fotografica, per passare inosservato portavo pure il cavalletto. di fronte a me stava seduto babbo natale che leggeva un libro sulla cervicale e manutenzione della slitta. sono riuscito a ritrarlo nella completa indifferenza di tutti: guardavano l'autista che fumava una di quelle sigarette elettriche che si vendono in farmacia.

giovedì 3 novembre 2011

in fuga dal dottor shivaji

trascrivere dal parlato in una lingua che non è la propria madre implica naturalmente la conoscenza di quella lingua, un’allarmata flessibilità e un costante terrore di non comprendere tutto, ancor più quando gli argomenti di cui si parla non sono parte del background culturale del trascrivente.
così chi scrive ha trascorso alcuni degli scorsi giorni a trasporre otto ore di congresso, nel corso del quale si avvicendavano gli interventi di relatori da tutto il mondo – lingua franca ovviamente l’inglese –, dotati degli accenti più diversi, alcuni praticamente incomprensibili. gli argomenti erano lo sviluppo sostenibile, la gestione dell’acqua, la sanità lombarda con particolare riferimento alle cure per il cancro e le bio-banche.
sono state ore lunghe e dure, nel corso delle quali, inseparabile dal computer e dagli auricolari per necessità, chi scrive ha imparato, sia pure tra indicibili sofferenze (perché dopo ore e ore in quelle condizioni la testa, letteralmente, ti frigge), che un lavoro per molti aspetti ingrato (hai voglia a cercare i software speech to text: in questo caso ci vuole proprio l’essere umano) può essere assai utile come esercizio di pazienza e di profondità. quando si trascrive, per non tralasciare nulla, è necessario fermarsi spesso e tornare indietro – perciò si procede lentamente; bisogna fare ricorso a quello che si sa e immaginare quello che ancora non si sa, e collocare il tutto in un contesto di coerenza. e siccome l’intera cosa attiene molto all’artigianale, quando alla fine dai tuoi sforzi nascono cartelle e cartelle di testo verosimile, comprensibile, sensato la ricompensa è grande e tangibile e appagante assai. l’unico elemento funesto in questa avvincente esperienza è stata la presenza del dottor shivaji, il delegato del maharashtra. non posso descrivere il terrore che mi coglieva all’annuncio del coordinatore della tavola rotonda “and now i’m pleased to give the floor to mr. shivaji”, che precedeva una decina di minuti di calvario causato dal tentativo di rincorrere le parole del gentiluomo indiano, che a loro volta si rincorrevano nella sua cavità orale, sovrapponendosi, mangiandosi velocissime, rotolando nell'aere. quelli erano momenti in cui nel maharashtra sarei voluta fuggire io. non prima di aver soppresso il dottor shivaji.

mercoledì 2 novembre 2011

mascalzone, birbante, imbroglione, in una parola ludro

Georges de La Tour, Baro con asso di quadri, 1620
 
E sempre a proposito del libro su Georges de La Tour desidero menzionare un altro degli autori dei saggi in catalogo, Mauro Di Vito: un giovane storico dell’arte, la cui prosa totalmente flamboyante riconcilia con la nostra bella lingua, incanta e mette una voglia pungente di tornare su Manganelli e Gadda. Si parla del Baro, a proposito del quale Di Vito ipotizza che nel quadro compaia l’autoritratto del pittore, e così dice:
 “La dama assisa, dal copricapo porporino impiumato, chiede del vino alla coppiera: forse è un diversivo per distrarre l’altro bellimbusto, che sta per essere palesemente minchionato; più che mai vanesio e azzimato, egli succhiella una carta, tirandola su, da sotto alla prima, a poco a poco, per assaporare l’emozione, la Spannung nello svelamento di quella avuta in sorte. L’altro, invece, è lì, ludro, e quasi ci traversa con un’occhiata felina, baffettuzzi biondi e pizzetto rado, occhi taglienti coi quali infilerebbe un ago al buio, e mentre bindola il vanesio cicisbeo che ha di fronte, ci risucchia indietro nel tempo, fino al 1632, come se fosse vivo davanti a noi, a farci suoi complici.”
Cerco “ludro” e ne trovo menzione sull’“Edinburgh Journal of Gadda Studies” (per inciso: date un’occhiata, nel sito, al Pocket Gadda, è fatto benissimo ed è utilissimo), che mi dice:
 “M 533 [AG 618] Il tono de’ primi propositi era il pittoresco-popolareggiante: “quel porco” o “quel ludro” […] dare del porco all’Imperatore, e poi subito dopo niente niente del ludro non significa forse amare la patria?; Sdc 384 [CdD 51] se quel ludro non sapeva neanche lui dove andare?; –•– An 234 Ma dov’è questo ludro d’un cavatappi?; RaI 1031 si trattava di un centinaio di ludri carichi di famiglia di miseria e di malumore.
«mascalzone, birbante, imbroglione»; dal ted. luder, «carogna», portato in Italia settentrionale dalle truppe austriache (Panz. per cui è v. veneta e lomb. e significa «astuto e birbante nel tempo stesso»). GDLI reca rari es. tra cui Svevo, RSP, 1, 15: «Una figura ludra el deve esser de zerto», che att. la presenza del t. nel dial. veneto (per cui cfr. anche Mengaldo 1987a: 172 con un rimando al Boerio); Bacchelli e Gadda (M 533). Consuona però con il mil. luder, per cui cfr. Banfi e Ang. che precisa: «astuto, in senso piuttosto cattivo, si dice dal nostro popolo anche in senso non tristo per indicare chi sia fortunato nelle sue imprese», ma vale anche per «birba, birbante», ed è «riferito anche a cose» (e vd. ad es. Cagna, AC1 185: «Ghe l’ha propri con mi sto luder!»). L’uso gerg. è att. anche da Ferrero: «briccone, furfante»; cfr. infine la n(M) 712 in CdD 51.”

Nel caso voleste vederla, l'opera è conservata al musée du Louvre.

venerdì 28 ottobre 2011

parole trite

la parola trita del giorno, ormai da molti giorni, è "indignato". qualunque manifestazione, protesta, espressione antigovernativa viene sistemata, da parte di giornalisti reali e virtuali, sotto l'ombrello dell'indignazione globale. così si indignano tutti: precari, licenziati cinquantenni, adolescenti molto desiderosi di lanciare estintori o di procurarsi qualche device elettronico attraversando comodamente una vetrina che è stato facile spaccare, mario draghi (pierluigi bersani meno), il sindaco e l'assessore alla cultura di milano. si indignano pure in inghilterra, dove, davanti alla saint paul's cathedral, nel quadro di occupy london, il non adolescente ashley bignall ha eretto una tendopoli-biblioteca e dichiara molte cose sensate sull'importanza dei libri. si occupa pure westminster, sulle cui vetuste mura qualche aspirante libertario ha attaccato un cartello con la seguente dicitura: "Tahrir Square EC4M - City of Westminster". ora, vorrei ricordare a questi signori cui si consente di lordare monumenti risalenti al 1245 (e che se io fossi nella polizia di londra farei tornare a casa a furia di calci nel sedere) che in quella glorificata piazza è più verosimile che i libri vengano bruciati, pertanto direi che sarebbe meglio farsi ispirare da più nobili modelli, magari il canone occidentale.

on transfiguration, tim rollins & k.os.

Questo tronco con gli occhi, collocato sul pavimento di una delle sale della mostra, è Pinocchio
tim ha fatto decisamente un buon lavoro. lui e la sua banda di giovani mascalzoni del bronx hanno allestito alla gamec di bergamo "on transfiguration", una mostra – curata dall'ottimo alessandro rabottini – che è l'esito di un percorso educativo ispirato alla letteratura messo in atto molti anni fa da rollins in una scuolaccia popolata di energumeni (alcuni di questi energumeni erano con rollins all'inaugurazione, enormi, orgogliosi e felici). copio e incollo dal comunicato stampa della galleria, non potrei aggiungere di più: "L’esposizione, realizzata in collaborazione con il Museum für Gegenwartskunst di Basilea – dove si sposterà a partire dal 21 gennaio 2012 – ospiterà una selezione di opere che coprono un ampio spettro di ricerca condotta da Tim Rollins (Pittsfield, ME, Stati Uniti, 1955), dal 1982 ad oggi, sull’arte come forma di collaborazione e sulla creatività individuale come agente di cambiamento sociale. ...
Qui e sotto: Tim Rollins & K.O.S., Giordano Bruno, De maximo et immenso

Quando nel 1982, a Tim Rollins viene proposto un periodo di insegnamento alla Public School 52 del South Bronx di New York, frequentata da ragazzi provenienti da contesti problematici e pertanto considerati soggetti a rischio, l’artista affronta l’incarico introducendo un metodo di insegnamento basato sullo sviluppo delle capacità individuali attraverso la lettura e il disegno. Per Rollins, infatti, l’emancipazione sociale e la liberazione del potenziale creativo insito in ciascuno di noi passano necessariamente attraverso una forma di auto-consapevolezza resa possibile dall’accesso alla cultura. 
A partire da quel momento, autori classici e moderni della letteratura, della filosofia e della teoria politica diventano la materia prima di Tim Rollins e del suo gruppo di lavoro che sceglie come nome K.O.S. (Kids of Survival), ovvero “i ragazzini della sopravvivenza”. 
Scritti di Eschilo, Martin Luther King, Aristofane, Lewis Carroll, Dante, Gustave Flaubert, Franz Kafka, Omero, William Shakespeare, Malcom X e Carlo Collodi solo per citarne alcuni, vengono letti e discussi dall’artista e dal gruppo al fine di inventare, a partire da quelle pagine, un’iconografia trasposta successivamente su grandi tele.
Qui e sotto: Tim Rollins & K.O.S., Macbeth


Tim Rollins e i K.O.S. – attraverso il workshop “Art and Knowledge” istituito in seguito come struttura di formazione permanente – hanno realizzato una serie di opere che mettono in discussione il concetto di arte intesa come processo individuale e coniugano tra loro esperienze diverse. Il loro lavoro, infatti, riesce a unire erudizione e spontaneità, e a mettere insieme molteplici referenti storici: la delega dell’esecuzione e l’utilizzo della parola scritta come materiale artistico tipici dell’Arte Concettuale, la connotazione politica data ai materiali della quotidianità che troviamo nell’Arte Povera italiana, il concetto di estetica come dimensione del cambiamento sociale teorizzato da William Morris.
Trent’anni dopo la formazione del gruppo, Tim Rollins continua a lavorare con i K.O.S. anche se molti dei singoli membri sono cambiati nel tempo, lasciando spazio a ragazzi più giovani.
Il titolo dell’esposizione alla GAMeC di Bergamo "On Transfiguration" chiarisce il legame che esiste tra le opere in mostra, ovvero il fatto di tematizzare in modi differenti il concetto di trasformazione. È questo il filo rosso che unisce tutta l’esperienza creativa del gruppo e lega tanto la scelta dei testi da studiare quanto i risultati visivi dei singoli lavori.
Pinocchio è un esempio di questo metodo: nel suo essere “potenzialmente” un bambino nascosto in un tronco di legno, la figura di Pinocchio rappresenta la metafora del processo pedagogico, e allo stesso tempo, la storia di un personaggio fantastico che descrive il passaggio da uno stato all’altro dell’identità, un’immagine estrema di cambiamento che racchiude la principale caratteristica dell’eroe epico: il pieno conseguimento di sé attraverso una serie di prove formative.
Nel lavoro di Tim Rollins e K.O.S. il concetto di ‘trasfigurazione’ è sia di natura concettuale e simbolica – relativo all’identità individuale – sia più strettamente inerente ai materiali e ai processi impiegati in pittura, che talvolta diventano momenti performativi. In molte delle opere esposte la metamorfosi è rappresentata dall’utilizzo di inchiostri sintetizzati a partire dall'uso di metalli, whisky, succo di mela, china e mostarda, e ancora sangue animale impiegato come pigmento."

giovedì 6 ottobre 2011

faccio testo: il service editoriale che segue le tue parole

i frammenti della scuola ulpan_yoram kaniuk

"Il deserto è Dio senza uomini": un'altra scintilla di traduzione, un'altra micro-occasione di riflessione, qui.

redenzione per tutti

Maurycy Gottlieb, Ebrei ashkenaziti in preghiera in occasione dello Yom Kippur, 1878. Tel Aviv, Museum of Art
Oggi mi scrive rabbi Zalman Shmotkin ed esordisce così: “Dipende tutto da te”. Mi dice che tutto, nel venturo Yom Kippur (la ricorrenza ebraica dell’espiazione, che comincerà venerdì notte), indica proprio me. Mi narra che un tempo, in occasione di questa festa, i sacerdoti si recavano al tempio per chiedere a Dio la redenzione per il mondo intero. Al giorno d’oggi una persona purchessia, girando la pagina del proprio libro personale, attraverso il compimento di una azione degna, o mediante il pronunciamento di un buon proposito, può cambiare per sempre il corso del mondo.
Perciò, continua rabbi Shmotkin, in questo Yom Kippur le chiavi del futuro del mondo sono mie: mio è il potere di far pendere l’ago della bilancia a favore dell’umanità. La mia buona azione, il mio pentimento, il grido originario che si leverà dalle profondità della mia anima attraverserà i Cancelli del Cielo e solleciterà la risposta di Dio.
Questa visione è figlia di quella di rabbi Menachem M. Schneerson, il fondatore del movimento Chabad, convinto che un’innata bontà risieda nell’animo di ogni essere, che nessuno sia insignificante o indegno di attenzione.
In giorni particolarmente densi, pieni di questioni da dipanare, congestionati al punto da non lasciare tempo per qualunque attività che non sia un lavoro matto e disperatissimo, ricordare di essere responsabili in prima persona della propria vita aggiunge allo stesso tempo peso e leggerezza.

venerdì 23 settembre 2011

paventa chi dovrebbe ventilare

io desidererei che autori radiofonici (ascolto radio popolare di milano mentre mi vesto) e televisivi si rendessero conto che esiste una differenza ben definita tra il verbo

paventare = [pa-ven-tà-re]
  • Temere qlcu. o qlco.: p. il nemico; anche con arg. espresso da frase (introd. da di o che): p. di non essere all'altezza, che cambi la situazione
  • sec. XIV

e

ventilare  = [ven-ti-là-re]
  • 1 Aerare, portare aria fresca in un ambiente: v. una stanza
  • 2 Fare investire cereali o legumi secchi da una forte corrente d'aria, per mondarli delle impurità: v. il grano
  • 3 fig. Prospettare, proporre un'idea all'analisi di più persone; freq. al passivo: è stata ventilata l'ipotesi della cassa integrazione
  • • sec. XIV


e, dato che ci siamo, faccio osservare che in radio e in televisione e sui giornali, in italia, è tutto un pop up, pop up, pop up, pop up.

venerdì 16 settembre 2011

non c'è posto per il dottor de wan

Desolante sgrammaticatura sull'elefante Italia firmato da Marco Balestri e Federico l'Olandese Volante per l'Elephant Parade di Milano

Dietro all'elefante Italia si intravedono, di spalle, gli autori: a sinistra Marco Balestri, a destra l'Olandese Volante



Nipapat Yaimali, Mosha in Italy (a ricordo dell'elefantino con la protesi)

Katy Perry con Erin Lareau, Dumbina

Alla presentazione dell’Elephant Parade (qui una cronachetta per capire di cosa si tratta) – nelle enfatiche, ritrite parole del copywriter dell’assessore alla Cultura Moda Expo e tutto il resto Stefano Boeri “l’idea di vedere la nostra città pacificamente invasa da una moltitudine colorata di cuccioli di elefanti, animali simbolo di stabilità e di immutabilità, a grandezza naturale, è straordinaria” – si è dato il singolare accidente che i convenuti fossero in ritardo rispetto ai relatori. Alcuni convenuti, maleducatissimi – come peraltro l’assessore, che adducendo impegni in giunta non si è presentato (non rinunciando però a scrivere, in un testo contenuto nella cartella stampa consegnata ai giornalisti, e con quel tocco di provincialismo che non guasta, che “grazie a questo grande evento open air Milano dimostra di essere una città aperta, vicina al design e all’arte; una città che condivide e contempla, inserita a pieno titolo nel circuito delle grandi mostre internazionali” –, si sono assiepati vicino alle due prime file di seggiole della sala convegni di Palazzo Reale. Constatato che non c’era posto, una signora ha pensato bene di giocare in extremis la carta del leinonsachisonoio, profferendo ad alta voce: “Non c’è posto per il dottor De Wan?”. Il dottor De Wan, di professione non cerusico ma fabbricante di bijoux famosissimi ancorché di pessimo gusto, è uno dei partner della manifestazione. Forse, se il dottor De Wan fosse arrivato quindici minuti prima, un posto in prima o seconda fila lo avrebbe trovato.
Arcobaleno, di Marcello Lo Giudice, installato in piazza della Scala
Torniamo, però, alla presentazione: una marchettona infinita, con tanto di elencazione di sponsor e sostenitori e relativi ringraziamenti, certo dovuti, ma forse in altra forma e in altra sede. Tra i ringraziati c’era Orizzonti Eventi, entusiasticamente lodato per la cura dell’organizzazione. Epperò, perché Orizzonte Eventi, nel video che scorreva alle spalle dei relatori, ha impaginato intere schermate di loghi, immonde antiestetiche accozzaglie, trascurando del tutto le didascalie relative ai titoli e agli autori degli elefanti, che pure scorrevano sullo schermo? E cosa aggiungevano al tutto le due o tre spaesate modelline con panama promozionale decorato Swarovski sul capo, tragiche nel loro girovagare per le sale senza costrutto, e mute?
A parziale salvataggio dallo sbadiglio coordinato (poiché sbadigliavano in molti) e continuativo è intervenuto il tenero (anche un po’ filone) racconto di Mike Spits, figlio dell’ideatore della parade, sensibilizzato fin da ragazzino a interessarsi di cuccioli di elefanti asiatici* bisognosi di cure (il primo in cui si è imbattuto giaceva in un ospedale per elefanti, forse in Tailandia, con una zampa fracassata da una mina, e aveva urgente bisogno di una protesi). Un accorato invito a tutelare l’elefante asiatico è poi venuto da Medhat Shafik, artista egiziano autore di una delle opere in parata: egli ha sostenuto che occuparsi di ciò equivale a occuparsi della vita, invitando gli astanti a risvegliare la propria coscienza ecologica. Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon – eletta dalla Elephant Parade a charity locale, vale a dire organismo no profit con cui condividere i profits della vendita all’asta degli elefanti –, ha sostenuto l’esistenza di un comune denominatore tra le sorti dell’elefante asiatico e quelle della ricerca sulle malattie genetiche rare.
Uno degli hit della mattinata è stato lo scoprimento di un elefante speciale, collocato nella sala dove servivano l’aperitivo, ideato da Marco Balestri e da Federico l’Olandese Volante di Radio 101. Sul corpo dell’elefante, che si intitola Italia e va ad aggiungersi alla miriade di opere dell’ingegno prodotte, con esiti assai diseguali, per celebrare il centocinquantesimo eccetera, sono dipinti i versi di due o tre canzoni che gli autori hanno giudicato rappresentative. Tra cui il Va pensiero. Scritto proprio così, senza l’apostrofo. Viva l’Italia.


* Devo confessare che, nonostante la lodevolezza della iniziativa, l'espressione "salvaguardia dell'elefante asiatico" mi suscita irrefrenabili risate.

giovedì 15 settembre 2011

moleskine in the morning per questa signora,

che proprio non riesce a trattenersi dal fissare un pensiero sul suo taccuino, alle 8:45 di questa mattina, sulla banchina di attesa della metropolitana gialla, direzione comasina, stazione repubblica.

lunedì 12 settembre 2011

farouche

Nel corso di una trasmissione di France Culture uno degli ospiti pronuncia la parola "farouche". È un termine fortemente letterario ("De ce monstre si farouche / Craignez la feinte douceur / La vengeance est dans son cœur, / Et la pitié dans sa bouche." Jean Racine, Esther, 1689), che sta per selvatico, poco socievole, indomabile, incline alla fuga. E in effetti a pronunciarlo si sente schiocco di rami secchi, fruscii generati dal passaggio di animali tra le fronde, frulli d'ali di uccelli notturni. Fiere, lampi e tuoni, pioggia battente, giri vorticosi di foglie secche, spiriti della natura, farouche! De ce monstre si farouche - Craignez la feinte douceur. - La vengeance est dans son coeur, - Et la pitié dans sa bouche.

martedì 6 settembre 2011

nel caso foste aspiranti scrittori,

e nel caso abitaste a milano oppure a padova (ma, se abitate altrove, non disperate: mozzi è un tipo flessibile), il consiglio di chi scrive è di recarsi nel sito vibrisse, dove in questi giorni, sotto la voce "pubblicità", troverete le réclames-pastiche che promuovono corsi e laboratori di scrittura tenuti da giulio mozzi. nel caso non foste aspiranti scrittori, il consiglio di chi scrive è di recarsi ugualmente in vibrisse a guardare le pubblicità, che sono molto divertenti.

pratica senza dottrina è come crusca senza farina

Rimando al sito Nuovo e Utile per tante belle informazioni sull'Accademia della Crusca, a rischio per la manovra di Giulio Tremonti e poi, pare, salvata.

domenica 28 agosto 2011

per favore

potrebbero per favore le associazioni di volontariato, quelle ecologiste, i sindacati, gli antirazzisti, i lavoratori della conoscenza trenta-quarantenni, il fondo sociale europeo e dei programmi e iniziative comunitarie, i comuni virtuosi, il partito democratico, la provincia di firenze, la rete rurale, la camera di commercio di  milano, la regione veneto, l'osservatorio nazionale sulla famiglia cessare di usare la locuzione "buone pratiche"? mi suona unticcia, retorica, ipocrita e insopportabile come il "caro saluto" con cui sovente concludono le loro comunicazioni certuni.

venerdì 19 agosto 2011

scripta manent, per l'appunto


Roberto Muscinelli, Toc, martello, sfera di legno, lettera C in carattere 
Times New Roman maiuscolo, 50 x 80 centimetri

Fino al 28 agosto, presso lo Spazio Oberdan a Milano, saranno esposte le opere di "Scripta manent - Quando la parola diventa immagine", una mostra organizzata dalla Provincia di Milano e da spazioalbello, piccola, con alcune opere degne di nota e altre che non riescono a oltrepassare lo status delle arti applicate. La mia preferita è questa qui sopra, con la grande C in Times. Una riga sotto la didascalia recita "Si prega di toccare".
Ho apprezzato anche l'opera di Lucio Barbuio, una serigrafia su vetro creata ad hoc per l'esposizione. Il sito del giovane Barbuio è questo: fa delle belle cose.

Ciò che non ho apprezzato assolutamente è stata la poca cura nella "manutenzione" della mostra – qualcuno deve pur pensare a raddrizzare un'opera se quella pende sbilenca dopo la visita di tante persone – e la cura praticamente inesistente della parte delle didascalie. Le opere sono pochissime e altrettanto poche le didascalie: volete correggere i refusi, certuni, come quelli sui nomi di alcuni autori, davvero grossolani?