giovedì 6 gennaio 2011

parlare e scrivere bene

In alcuni siti di signore, quando si deve scrivere "tutti" per intendere tutti e tutte, si preferisce scrivere "tutt*". Quell'esoterico segno mi ha tratta in inganno più di una volta, poi mi sono detta che tutti quegli asterischi non potevano essere un refuso, e finalmente ho compreso. La cosa mi ha provocato lo stesso sconcerto di cui caddi preda la prima volta che, giovanissima, vidi scritta in un testo la parola alterata "D -o". In entrambi i casi l'effetto più comico si raggiunge trasferendo lo scritto nel pronunciato. Provate a profferire "tutt" senza sembrare Paperino incazzato e mantenendovi seri. Pardon, "ser*".

mercoledì 5 gennaio 2011

c'è libreria e libreria (meno male)

Stanza della biblioterapia presso la libreria Mr B's Emporium of Reading Delights, a Bath: caffè gratuito, comode poltrone e caminetto acceso nelle giornate fredde
È un rarissimo giorno in cui posso disporre come credo di tutto il mio tempo, pertanto il mio felice programma, confezionato da ieri sera, è il seguente: vado a comprarmi una maglietta, poi pranzo e scrivo la mia breve introduzione a un progetto per un editore alla Feltrinelli di corso Buenos Aires. Un programma del genere (esclusa la maglietta: a meno che uno non si voglia trovare a indossare qualche orrenda t-shirt contro il razzismo o con qualche citazione di Nietzsche sulle stelle danzanti), si può ovviamente concepire e svolgere solo in una Feltrinelli dotata di bar e poltrone da consultazione/pennichella (oppure alla strepitosa Biblioteca della Frera di Tradate, ma quella è un’altra storia), e non in una piccola libreria sguarnita (peggio ancora se è anche guarnita, come a volte accade, di libraio maleducato, depresso o umorale). Avrei potuto pensare, poniamo, alla Mondadori di piazza Duomo, che tuttavia è un luogo assai cheap, con un bar altrettanto cheap che propone cibi e bevande cheap – e questo nonostante sia l’importante libreria di una delle più importanti case editrici d’Italia, collocata in una delle piazze più importanti d’Italia, trasformatasi, hélas, anch’essa in un posto tremendamente cheap senza aver nulla di gradevolmente pop –, e che in ragione di ciò è un luogo nel quale non si sosta volentieri, in cui l’avventore non si sente mai completamente a proprio agio. Condivide senz’altro con la Feltrinelli la generale natura di grande magazzino, ma la Feltrinelli conserva tuttora una grazia di fondo, non fosse che per le poltrone accoglienti e il jazz o l'easy listening di buon livello che fanno da sfondo alle consultazioni e agli acquisti. Io dico, allora, che le librerie servono tutte, grandi e piccole, indipendenti o schiave in catene che siano. Servono quelle dotate di libraio amico o amichevole con cui scambiare due parole e confrontare gusti, inclinazioni libresche della vita o del momento; servono quelle come la Feltrinelli, dove si può sostare seduti da mane a sera, dove si può andare se non si ha voglia, in qualche particolare momento, di essere importunati con il temuto “Posso aiutarla?”, dove si può stare in mezzo ai libri senza confrontarsi con i librai, e se si è proprio di cattivo umore o non si desidera deconcentrarsi si può anche evitare di dire “Buongiorno”. Tutto serve, si diceva, e purtuttavia io credo che ai librai indipendenti non farebbe male riflettere sul sovente invidiato successo delle librerie più grosse e ricche o di catena, al di là delle ovvie considerazioni sugli sconti concessi ai grandi ed esiziali per i più piccoli. Il fatto è che le librerie di catena, e le Feltrinelli più di tutte, propongono un concetto di comfort, sia pure neutro, che evidentemente incontra le inclinazioni del pubblico. Non si pretende, naturalmente, che il proprietario di una libreria di 40 metri quadri allestisca un angolo con sauna finlandese per compiacere eventuali clienti con penchants epicurei; credo tuttavia che il momento richieda uno sforzo di creatività e di messa in comune dei progetti che travalichi i confini del proprio negozio, alla ricerca di iniziative congiunte vantaggiose per tutte le parti coinvolte. Penso, ad esempio, a una libreria che abbia accanto una panetteria con un dehors: il pane e le rose potrebbero convivere una volta alla settimana, con reciproco beneficio. Si potrebbe continuare per molto: do a questo punto la parola al mio amico Nic Bottomley, l’inventore, a Bath, della pluripremiata libreria Mr B’s Emporium of Reading Delights (che titolo, ragazzi), intervistato da chi scrive nonché latore di un messaggio alieno dalle consuete lagne da librai poveri e sfortunati, qui e qui

seconde generazioni leggono

milano, libreria feltrinelli, corso buenos aires. il ragazzino a destra è accompagnato dalla signora con foulard a sinistra. sono in coda per pagare, di Charles Dickens, i Racconti di Natale, un grasso oscar mondadori. avanti così.

manganelli rules

milano, nei pressi della stazione centrale, mattina del 5 gennaio 2011. il signore nella fotografia parla concitatamente al telefono e a un certo punto dichiara al suo interlocutore: "questo è un avvocato, non un manutengolo qualunque". il sabatini coletti online ci dice che il termine "manutengolo" – sa di giorgio manganelli a un chilometro di distanza, questa parola – indica chi protegge qualcuno in azioni illecite ed è nato nel 1848.

lavoratori indisciplinati

sono coloro i quali, come il signore a destra, leggono, del veterinario tardoscrittore inglese James Herriot, Cose sagge e meravigliose. invece di fare i controllori del traffico atm nella stazione duomo della metropolitana tre. come non stare dalla sua parte?

domenica 2 gennaio 2011

una cosa che ho imparato

dalla Maschera dell'Africa, di V.S. Naipaul, p. 224. Nel Gabon, quando un anziano muore, si dice che è bruciata una biblioteca.


nell'immagine, l'immortale bill cosby.

sabato 1 gennaio 2011

senza sublime

"Per una cultura non gastronomica, non sublime, non legata all'intrattenimento, auguri da Bruna Miorelli e da Sabato libri": è l'auspicio appena trasmesso dalla giornalista culturale di radio pop. io dico che la bruna almeno un po' di sublime poteva lasciarcelo, no?