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sabato 1 dicembre 2012

paolo giordano, il corpo umano e qualche blogger

mercoledì 28 ottobre scorso paolo giordano ha incontrato una serie di bookblogger per una discussione informale al pavé di milano, locale/panificio che non conoscevo e che consiglio vivamente. 


l’incontro era stato organizzato dall’editore di giordano, mondadori, e l’argomento era Il corpo umano, seconda prova dello scrittore torinese. la prima non l’ho letta e la seconda l’ho letta al quaranta per cento*, ma ho aderito all’invito per cercare di capire quanto potesse essere utile un incontro riservato a pochi intimi: una decina di blogger, l’agente di giordano laura grandi, alessandro braga, sempre di grandi & associati, gli editor giulia ichino e antonio franchini, anna da re delle digital pr di mondadori. poi ho dedotto che forse mondadori comincia a guardare con attenzione a chi parla di libri nella rete e desidera creare una qualche comunità omogenea e disponibile a una relazione continuativa di attenzione ai propri prodotti. giordano è stato giovane fra i giovani, ha dato del tu a tutti, ha risposto a una serie di domande su libro e personaggi; ha dichiarato, a proposito della sua maestra elizabeth strout, di tendere come lei all’isolamento, che la sua vera natura gli imporrebbe di non fare altro che scrivere, senza comparire. la serata è stata concepita con sobria informalità ed è stata senza dubbio più gradevole di quelle presentazioni al prosecco in cui alla fine tutti si lanciano sul magro buffet. penso dunque che continuerò a partecipare, e che la prossima volta leggerò il libro da recensire per intero.

*una noterella tecnica, sia pure sul quaranta per cento: un militare dice all’altro, rispondendo a una domanda riguardante la quantità di donne disponibili durante la missione in afghanistan, “In nessun dannato campo estivo si scopa quanto in missione”. be’, quel “dannato” mi suona artificioso, come una cattiva traduzione dall’inglese della battuta di un film, peraltro in un testo molto attaccato alla realtà, della polvere, del corpo sudato e sporco, del corpo malato, del corpo desiderato.



lunedì 19 novembre 2012

credits

bookcity, città del libro e della lettura. adesso che la kermesse è finita rifletto sul fatto che "milano città di libri", un progetto fatto di interviste ai librai milanesi, con incursioni sui mezzi pubblici per spiare anonimi lettori, culminato poi nella guida alle librerie indipendenti di milano, è cominciato per cose da libri nel 2008, con questo post.

poi è arrivato il libro, l'iniziativa estiva dei librai indipendenti, poi le cose si sono diluite in mille rivoli, poi mi giunge voce che si è costituita un'associazione di librai indipendenti milanesi. il tutto a partire dall'aprile 2010, quando alla presentazione del libro chi scrive sottolineò la necessità di una sinergia tra negozi.

mi tenga in considerazione, o sindaco, per il prossimo ambrogino d'oro.

bookcity due

In attesa davanti alla Sinagoga. La manifestazione è cominciata con trenta minuti di ritardo a causa dei necessari controlli di sicurezza
Nell’ambito di Bookcity, sempre domenica 18 novembre, si è svolta una giornata di incontri alla Sinagoga centrale di Milano, a partire dalle 15, sotto il titolo Jewish and the City – L’ebraismo a portata di libro. Qui sotto il programma:

Ore 15.00 – Saluti di Alfonso Arbib (rabbino capo), Daniele Cohen (vicepresidente della comunità ebraica di Milano), Shulim Vogelmann (casa editrice Giuntina).
Ore 15.15 – David Bidussa: Libri, lettori, identità. Il mondo ebraico in un catalogo.
Ore 16.00 – André Ruth Shammah: “Scrivere dopo per scrivere prima”. Riflessioni sulla scrittura ebraica.
Ore 16.30 – Visita guidata a cura di Daniela Di Veroli.
Ore 17.15 – Walter Mariotti: Angeli e uomini. Tra fascinazione, psicologia e spiritualità
Ore 17.45 – Giulio Giorello: Arte. L’ebreo e l’ebraismo nell’opera di Rembrandt.
Ore 18.15 – Stefano Levi Della Torre: LTI. Klemperer e la manipolazione del linguaggio.
Ore 18.45 – Daniel Vogelmann. Umorismo. Le mie migliori barzellette ebraiche.

Daniele Cohen, vicepresidente della Comunità ebraica milanese
Giornata sommamente soddisfacente, piena di stimoli al pensiero. 
Rav Arbib ha posto la questione della divulgazione: è un problema o un’opportunità di comunicare? Se la traduzione è un tradimento, meglio non tradurre o cercare di comunicare adattandosi al contesto? E questo vale sia per i testi sia per le comunità come quella ebraica: se l'ebraismo spiega sé stesso nel contesto in cui via via si viene a trovare, finisce per tradire la propria natura?
Rav Alfonso Arbib
David Bidussa, nel parlare del criterio di scelta che informa il catalogo di Giuntina, cita Gobetti e il suo editore ideale:

“Penso un editore come un creatore. Creatore dal nulla se egli è riuscito a dominare il problema fondamentale di qualunque industria: il giro degli affari che garantisce la moltiplicazione infinita di una sia pur piccola quantità di circolante. Il mio editore ideale che con una tipografia e un’associazione in una cartiera controlla i prezzi; con quattro librerie modello conosce le oscillazioni quotidiane del mercato, con due riviste si mantiene a contatto coi più importanti movimenti d’idee, li suscita, li rinvigorisce, non ha bisogno di essere un Rockefeller. La sua forza finanziaria deve esser tutta nella sua capacità di moltiplicare gli affari.
Il mio editore stampa collezioni, trova i competenti dove sembra che non ci siano, può creare una storia universale, un’enciclopedia...”

E parla dello sforzo di pensiero di Giuntina, del suo rifuggire il pantano del concetto di memoria come immobilità: bisogna considerare la memoria, dice Bidussa, come ipotesi di investimento sul futuro, memoria per crescere e non solo per celebrare.
David Bidussa
Di un libro di Giuntina, Scrivere dopo per scrivere prima di Giacoma Limentani, ha parlato Andrée Ruth Shammah, così riflettendo sulla responsabilità della scrittura e della lettura: io porto la mia essenza nella scrittura; quando scrivo rischio l’interpretazione di chi legge, che in questo modo si assume la responsabilità di quanto ho scritto. E quando si parla, se non ha nessuno che la ascolti la parola muore, e la responsabilità di chi parla si somma alla responsabilità di chi ha o non ha ascoltato. Nelle parole di Limentani: “Grande, immensa è la responsabilità di chi è chiamato all’ascolto”, e aggiunge Shammah: “Grande è la responsabilità di chi legge un libro”, poiché chi legge si assume la responsabilità di comprendere e ritrasmettere e modificare il pensiero di chi ha scritto attraverso le varie interpretazioni. Tu, leggendomi, cambierai, modificherai, distruggerai quello che ho detto. E la trasmissione, il ragionamento continuano e si arricchiscono sempre.
Andrée Ruth Shammah
Infine Daniela Di Veroli, specializzata in viaggi brevi e densissimi nei fondamenti della cultura ebraica, splendida divulgatrice, così ha spiegato la costante presenza della luce nelle sinagoghe, persino nel medioevo: la luce serve ai fedeli per leggere, quindi per partecipare.
Daniela Di Veroli


lunedì 23 aprile 2012

cinque punto novanta newton compton

questa politica del basso prezzo mi piace: arrivano il 3 maggio gli insuperabili di newton compton.

sabato 24 marzo 2012

santi, poeti, navigatori: lettori no

opera di paola pivi (non conosco il titolo ma mi pareva pertinente). courtesy la stampa.it
così i lettori italiani nell'articolo di stefano salis sulla presentazione della ricerca nielsen a riguardo dello stato della lettura in italia.

mercoledì 14 marzo 2012

scrittori con la valigia

una tra le classificazioni letterarie che mi fanno più ridere è quella degli scrittori migranti. mi immagino barconi in procinto di schiantarsi sulle coste di qualche paese occidentale, zeppi di rispettabili signore e signori, neri o di qualche altro colore, con un calepino in una mano e il passaporto nell'altra, destinati a scrivere in perpetuo pellegrinaggio. apprendo che da "saturno", l'inserto culturale del "fatto quotidiano", è migrato il direttore riccardo chiaberge per qualche questione di incompatibilità o di scarse vendite. forse le scarse vendite dipendono anche dall'inconsistenza di certi dibattiti.
su "saturno", il 12 marzo, è comparso un grottesco intervento di bijan zarmandili, scrittore iraniano di cui ignoravo l'esistenza (ma questo non fa testo). "dal mio punto di vista", scrive bijan, "il vero problema è la letteratura italiana, che non è in grado di riflettere sulla propria natura dialettica, di individuare i soggetti emergenti e le sue nuove contraddizioni, così da capire che non esistono scrittori migranti ma semplicemente nuovi scrittori italiani che – per provenienza, sensibilità e stile – potrebbero rinnovare i vecchi schemi del romanzo e della letteratura nel suo complesso", e ancora "Bisogna chiedersi come mai rimangono silenti i critici e gli storici della letteratura, o i direttori editoriali… Sono loro che vivono nel ghetto, e credo che tocchi incitare loro alla ribellione: sono loro i prigionieri nelle vere banlieue dell’attualità culturale, dove rischiano il soffocamento." non viene in mente, a bijan, che forse i soggetti emergenti non risultano sufficientemente interessanti.
così come non viene in mente a igiaba scego, vincitrice nel 2011 del premio mondello eppure capace di scrivere, per cercare di giustificare la scarsa eco suscitata da pubblicazioni migranti a suo parere meritevoli, castronerie come "Certo la stampa ha le sue colpe, ma non è la sola. Io aggiungerei tra i colpevoli anche le case editrici. Dopo un iniziale entusiasmo per le scrittrici e gli scrittori di origine migrante siamo passati ad una momento di totale recessione. Le vie sembrano sbarrate. Si pubblica poco e manca totalmente lo scouting", e ancora "Qualcuno potrebbe obbiettare che ancora tra di noi non c’è una Zadie Smith o un Hanif Kureishi. Ma siamo proprio sicuri di questo? Forse probabilmente la Zadie italiana ci è passata sotto il naso e non ce ne siamo accorti. Io credo che sia andata proprio così. Lo penso ogni volta che mi capita tra le mani il libro di Cristina Ali Farah Madre Piccola. Un signor libro davvero! Poetico, complesso, coinvolgente. Un libro molto amato dagli addetti ai lavori, molto studiato nelle università estere (da Melbourne a New York) e dai gender studies". diciamo allora che quando igiaba cesserà di scrivere "Un signor libro davvero!", "forse probabilmente" e di cercare colpevoli allora potrà concentrarsi sulle sue opere e vincere serenamente il suo secondo premio mondello. e per fare un favore agli scrittori che postcolonialisticamente protegge, anche daniela padoan dovrebbe cessare, nella stessa sede, di ideare definizioni deliranti come quella di "razzismo letterario".

per concludere ascoltiamo la voce di allan bloom, ancora attualissima per le cose italiane,  in merito al chiasso in ambito accademico sulla letteratura etnica, i diritti delle minoranze et similia: un commento che risolve le diatribe con molta pertinenza. il professor bloom discute, nella fattispecie, degli studenti nelle università americane dopo l'avvento degli studi sulle minoranze culturali.
"Una delle tecniche per aprire la mente ai giovani è chiedere un corso universitario in una cultura non occidentale. ... ho visto che questa richiesta ha un'intenzione demagogica. Il punto è costringere gli studenti a riconoscere che esistono altri modi di pensare e che quelli occidentali non sono i migliori. Ancora una volta non conta il contenuto, ma la lezione da trarne. Queste richieste fanno parte dello sforzo di creare una continuità mondiale e di preparare i suoi membri, le persone libere da pregiudizi. Ma se gli studenti dovessero davvero imparare qualcosa sull'ideologia di fondo di una di queste culture non occidentali – cosa che non accade – scoprirebbero che tutte, nessuna esclusa, sono etnocentriche. Credono tutte che il loro modo di vivere sia il migliore e che tutte le altre culture siano inferiori. ... Solo nelle culture occidentali, cioè in quelle influenzate dalla cultura greca, c'è qualche propensione a dubitare dell'identificazione del bene con il proprio stile di vita. Dallo studio delle culture non occidentali si potrebbe  concludere che non solo preferire il proprio stile di vita, ma ritenerlo migliore, superiore agli altri, è primordiale e persino naturale, esattamente il contrario di ciò che si vuole quando si chiede agli studenti di studiare queste culture. In realtà applichiamo un pregiudizio occidentale – che subdolamente assumiamo per indicare la superiorità della nostra cultura – e deformiamo l'evidenza di queste altre culture per confermare la sua validità. Lo studio scientifico delle altre culture è un fenomeno quasi esclusivamente occidentale e all'origine era palesemente collegato alla ricerca di nuovi e migliori modelli di vita, o almeno di una conferma della speranza che la nostra cultura è effettivamente la migliore, conferma della quale le altre culture non sentono il bisogno. ... La coerenza sembrerebbe chiedere ai sostenitori dell'apertura mentale di rispettare l'etnocentrismo o la chiusura che trovano in qualsiasi altro luogo. Però, attaccando l'etnocentrismo, ciò che in effetti essi fanno è affermare inconsapevolmente la superiorità  della loro intelligenza scientifica e l'inferiorità  delle altre culture che non la riconoscono, proprio nel momento in cui respingono ogni pretesa di superiorità".
Allan Bloom, La chiusura della mente americana, Lindau, Torino 2009 (ed. or. 1987)

e a conclusione del post un po' lungo, risolleviamoci con l'immortale.

venerdì 9 marzo 2012

cito citati

Jennifer Zwick, The Reader. Courtesy weheartbooks.com
e, oltre a fornire il link al suo articolo su libri e lettori, su corriere.it, riporto il suo ritratto dei lettori che furono: "lettori avventurosi e impavidi, che non temevano difficoltà di contenuto e di stile, fantasie, enigmi, allusioni, culture complicate e remote". eppure io sono persuasa che lettori avventurosi e impavidi ne esistano tuttora. e concordo pienissimamente con citati su un'altra cosa: i libri devono costare meno. pertanto, long live libraccio.

mercoledì 7 marzo 2012

sondaggio letterario

courtesy assregcavallomurgese.it
quello che segue è l'abstract di un manoscritto. è un romanzo storico sul quale chi scrive ha praticato un editing finalizzato alla presentazione a un editore: comprereste questo libro? (a me è piaciuto: sa di cavalli murgesi al galoppo, orecchiette fumanti, pomodori spaccati e messi a seccare al sole della polverosa campagna martinese, fanciulle timide ma intraprendenti, sangue sui panni degli uccisi, riunioni di giovani gaudenti martinesi).


Manoscritto ancora senza titolo

Martina Franca, 1821: nei pressi della porta del Carmine giace il cadavere del carbonaro M. R., il capo e il busto coperti da un mantello nero.
Spetta a don M. M., trentacinquenne medico e botanico appartenente all’opposto partito dei Borboni, identificare e constatare il decesso dell’uomo che aveva ammirato sin da ragazzo come simbolo di coraggio e di spavalderia. Lo stesso M. sarà incaricato dall’intendente di polizia di condurre le indagini sull’omicidio del gentiluomo martinese, il quale si rivela post mortem in tutta la sua ambiguità: il dottore scoprirà infatti che era stato protettore del brigante C. A., ex sacerdote, maestro di canto gregoriano e repubblicano a capo della setta dei Decisi. Amministra una parte delle proprietà di M. R. il suo figlio illegittimo F. P., che ne prosegue l’attività rivoluzionaria e ne ricalca ossessivamente la personalità, giungendo a una identificazione quasi totale con il padre scomparso. A capo di una banda di cospiratori, P. insegue un sogno di potere che travalica l’attività politica. In Puglia vige un’anarchia intrisa di sangue: il confine tra brigantaggio e lotta antiborbonica si definisce a fatica e gli omicidi politici di esponenti delle sette in conflitto si mescolano a delitti comuni, perpetrati per amore o per vendetta. La fitta boscaglia attorno a Martina occulta le attività delle bande; le masserie nella campagna sono nascondigli per le riunioni carbonare, teatro di battaglie tra briganti e autorità costituita e tombe all’aperto perfette per vittime trucidate sotto i cieli stellati delle Murge.
Ferdinando I invia in questo Meridione d’Italia dilaniato tra la nostalgia del vecchio e l’impetuoso avanzare di correnti repubblicane il generale Richard Church, a capo della sesta divisione militare in terra d’Otranto, ospitato a palazzo R. e testimone diretto della complessa ambivalenza del carbonaro M., dei suoi rapporti poco limpidi col bandito A.
La moglie di R., che al tempo del loro precoce matrimonio lo aveva ammirato come si fa con gli eroi, intrattiene da anni una relazione con G. C., gaudente e scanzonato avvocato repubblicano, amico d’infanzia del borbonico M.. La loro scandalosa vicenda amorosa indurrà più di una volta il dottore a sospettare ora dell’uno ora dell’altra: il movente di C., rivale in amore di M. R., è robusto e capace di far vacillare la fiducia dell’amico. Nel corso dell’indagine si rivelerà fondamentale l’apporto di A., che più di una volta influenzerà decisivamente suo marito con i suoi consigli e le sue intuizioni: la chiave per interpretare la personalità dell’assassino emergerà nelle ultime battute dal dialogo ideale tra i coniugi M. e Giulio Cesare. Un dénouement tuttavia obliquo, poiché il suicidio dell’assassino, e la conseguente impossibilità di verificare i fatti attraverso la sua voce, lascia sulla vicenda lo sgradevole sapore dell’ambivalenza.

sabato 25 febbraio 2012

niente scuse, si può leggere*

Desidero iperlodare l'editore Newton Compton per il suo catalogo di classici in vendita a quattro punto novanta euro. Vi si possono trovare, in ordine sparso, Svevo, Tasso, Shakespeare, Platone, Pirandello, Pirenne, Nietzsche, Defoe (Moll Flanders con l'introduzione di Agostino Lombardo, mica pizza e fichi), il mio adorato Pattini d'argento di Mary Mapes Dodge. Mi piacciono le edizioni di pregio, ma ancor più le edizioni pop, cartaccia a prezzi bassi da cacciare in borsa e leggere sottolineando. Da questo punto di vista Newton ha spesso primeggiato, pertanto lodi e lodi a loro, nonostante le copertine orripilanti che contraddistinguono i titoli di questo editore (ai cui libri, tutto sommato, ci siamo affezionati come a una cosa bruttina ma tollerabile perché utile e piacevole).

*suona un po' carveriano, questo titolo, no?

martedì 14 febbraio 2012

luciano simonelli, l'antimorandi

Allora: l'editore Luciano Simonelli è l'assoluto pioniere, in italia, dell'e-book (perciò le discussioni e-book sì, e-book no, che schifo l'e-book, viva l'e-book non lo tangono per nulla, dato che per lui sono roba vecchia e assodata). Simonelli editore ha creato un catalogo a partecipazione mista carta-elettronica dove trova posto, tra le altre meraviglie, una preziosa minilista di prime edizioni del Novecento (colgo a caso I racconti di Nick Adams di Hemingway, Mondadori, 1973, e Diario d'Algeria di Vittorio Sereni, Mondadori, 1965). Tra le iniziative di questo effervescente gentiluomo ce n'è una, curiosa ma non del tutto peregrina, che si intitola "I riassunti di Farfadette" (pay off: "in ebook tutto quello che DEVI sapere sui libri che DOVRESTI conoscere"): riduzioni di una serie di libri, per ora un centinaio, a beneficio di gente che non ha molto tempo. Leggiamo, ad esempio, la Farfadette di Quo vadis?: vi troveremo "Una riduzione del famoso romanzo di Sienkiewicz, divisa in quattro parti e corredata da un grande apparato di note e schede tematiche sulla storia di Roma ai tempi di Nerone" (cito dal sito*). 
Simonelli pubblica anche una rubrica giornaliera in video, Cinquanta secondi, in cui lui in persona dice ciò che pensa su disparati argomenti, quando è il caso sostenuto da una irreprimibile vis polemica. Oggi simonelli invita a praticare attività alternative all'imminente festival di sanremo, qui. Vale proprio la pena di fare un giro nel sito di questo editore un po' sui generis, che conduce da anni un caparbio, interessantissimo controlavoro editoriale. per quello che mi riguarda, tra le meraviglie del catalogo desidero con tutta me stessa la serie completa dei gialli di Maria Santini: ha colpito la mia immaginazione i Pascoli del mistero, sulla cui scheda leggiamo così: "Messina 1901: una bella e un po' sonnolenta cittadina nella quale Giovanni Pascoli, docente di letteratura latina all'università, e l'inseparabile sorella Maria vivono a loro agio nonostante il loro carattere poco socievole e le loro abitudini così diverse da quelle locali. Ad un certo punto il timido professore romagnolo stringe un'amicizia tanto inaspettata quanto gratificante con una delle prime famiglie della città, quella dei principi di Monteferrante. Timorosa, come sempre, che degli estranei possano anche involontariamente ferire il suo troppo sensibile fratello, Maria assiste in disparte, un po' corrucciata. Sembra avere ragione quando un terribile fatto di sangue getta nel lutto i Monferrante, turbando profondamente il suo Giovannino. Un mistero che il poeta e anche Maria, finalmente schierata al suo fianco, contribuiranno a risolvere e che potrà dirsi concluso solo in quel dicembre 1908, il dicembre del terremoto... Un romanzo ma con protagonisti reali: Giovanni Pascoli e sua sorella Mariù."



* cito dal sito non è l'incipit di un rap – "cito / dal sito / lo so, non è pulito / ma non so che fare / dovevo pur citare" –, bensì l'azione che ho compiuto. però se fabri fibra o marracash hanno bisogno di un autore, sono qua.

martedì 24 gennaio 2012

sempre di editor, editing, aspiranti scrittori e agenzie letterarie

il parere molto interessante e ben documentato dell'autrice rita charbonnier, qui. leggete anche la seconda parte.

immagine courtesy wlwritersagency.com

venerdì 2 dicembre 2011

concorsi, svendite e regali

li propone tutti il gruppo Gems. e giunge a fagiuolo, a proposito di quella democrazia letteraria intorno alla quale in questo momento ferve il dibattito, il loro concorso "Io scrittore", nell'ambito del quale chi scrive valuta ed è valutato da altri scrittori, tutti esordienti, per poi essere eventualmente pubblicato in ebook o su carta. ricevo e diffondo il comunicato stampa relativo all'iniziativa, ovviamente più completo di queste mie note frettolose, che si può prelevare qui.

della necessità degli editori

un articolo di roberto calasso, molto chiaro e bene argomentato, prosegue idealmente il dibattito "editore sì-editore no, evviva la democrazia letteraria?", di cui abbiamo dato conto nei giorni scorsi con questo post.

lunedì 28 novembre 2011

un libro a milano_mediocre continuità

sono stata  a "un libro a milano". era tutto come nelle due precedenti edizioni.
in più c'era la sicurezza antincendio, ma in realtà non c'era assolutamente nulla di cui preoccuparsi: non c'era niente, proprio niente che incendiasse.

giovedì 24 novembre 2011

editori per caso_chi controlla lo stageur?

il sito di ur editore segnala l'uscita novembrina dello Strano caso del falso Sherlock Holmes. la copertina è agghiacciante ma insomma, l'autore, luca martinelli, è il direttore dello Strand Magazine e qualcosa vorrà pur dire. il testo della scheda del volume è passabile (diciamo sei meno). poi si arriva alla biografia dell'autore, dove si legge che "Nel 2009 ha pubblicato il bestseller Il Palio di Sherlock Holmes, tradotto in Francia dai tipi della Gallimard". leggendo questa riga io mi immagino l'estensore del testo a parigi, nei corridoi della gallimard, che saluta festosamente quel bel tipo di monsieur dupont. ma era proprio il caso di mettere in piazza i propri rapporti privilegiati con gli editori francesi?

mercoledì 17 agosto 2011

milano, estremo oriente

Da sinistra a destra: Lee Song Nam, interprete, Corea del Sud; Wang Luyan, artista, Cina; Marina Boer, grafica, Italia

Al centro, Jeon Chang Nae, gallerista, Corea del Sud


Wang Luyan, W USA Watch D08-01, 2008. Acrilico su tela, 200 x 200 cm

Wang Luyan, The Turning Around Mona Lisa, 2010. Acrilico su tela, 200 x 150 cm

Wang Luyan esamina il menabò del suo catalogo: rapido, pratico, quasi sempre silenzioso e per questo ancora più sorprendente quando, assai di rado, si apre in un sorriso



Le sue linee sono sempre precise, rigorose, stilizzate. Cosa significa per lei lavorare così?
Ho sempre pensato che l’effetto pittorico fosse superfluo, così cerco a ogni costo di evitarlo. Detesto che si veda il lavoro della mano, che peraltro è l’autentica essenza del processo di dipingere. Secondo me questo conferisce immediatamente al lavoro un lato sentimentale, sempre accompagnato da un senso del contingente e dall’incertezza, perfino da tremolii che quasi danno vita alla superficie della pittura: questo è esattamente quello che voglio eliminare nelle mie opere. Perciò ho sempre cercato di produrre immagini “non manuali”, pur lavorando con le mani, usando strumenti di misurazione graduati, attrezzi industriali che mi permettono di creare immagini spersonalizzate. Questo contrasto e nello stesso tempo questa combinazione degli attrezzi impersonali, industriali, di uso comune che utilizzo, da una parte, e un necessario lavoro manuale, dall’altra, stanno al cuore del mio approccio all’arte. È come se il mio lavoro manuale fosse standardizzato.

Henri-François Debailleux, da un'intervista a Wang Luyan

Wang Luyan è un artista cinese nato nel 1956. Produce dipinti di grande formato e installazioni di formato enorme: squadre, compassi, siringhe, tutte figure di iperboliche dimensioni, dipinte con grande perizia e, come dice l'artista stesso nel brano dell'intervista qui sopra, con la precisa volontà di evitare qualunque tipo di sbavatura. A ottobre la Galerie Rx di  Parigi ospiterà una sua mostra, di cui Skira editore pubblicherà il catalogo in inglese e francese. Perciò, per la visione del primo impaginato in casa editrice , dalla Cina è arrivato l'artista, e dalla Corea sono convenuti il gallerista e l'interprete. Perché Luyan non parla inglese e nemmeno coreano, e perciò non avrebbe potuto comunicare né con il suo gallerista Jeon Chang Nae né con chi scrive. Per buona sorte c'era Lee Song Nam, che parla coreano, cinese e un improbabile inglese: il nostro ponte tra oriente e occidente. Epperò subito si è trovata un'eccellente armonia, poiché l'artista tagliava bozze e le sistemava come gli sembrava meglio per l'ordine tematico e cronologico delle sue opere, il gallerista collaborava a suo modo e, siccome l'impaginato era un gran bell'impaginato, abbiamo trascorso la maggior parte del tempo a dire in coro, a ogni doppia pagina sfogliata, la parola "hao", che in cinese vuol dire "bene, buono", e quando la composizione era proprio indovinata, in un babelico empito di concordia tra i popoli, dicevamo tutti "very hao".



          

lunedì 15 agosto 2011

anziani mascalzoni

Courtesy blog.guardian.co.uk
giorni fa chi scrive ha incontrato, nella sede di una prestigiosa casa editrice milanese, un prestigioso anziano signore, discendente di una prestigiosa locale stirpe. il quale ha consegnato alla suddetta casa editrice un testo relativo a una certa porzione di storia della sua famiglia. il signore ha stipulato con la prestigiosa casa editrice un contratto che gli garantisce, oltre alle royalties sulle vendite, una somma di denaro a compenso delle sue fatiche di autore. chi scrive ha stipulato con la prestigiosa casa editrice un contratto che le garantisce, a fronte di una consistente riscrittura del testo del prestigioso signore – gli esiti dell'impegno scrittorio del quale non sono stati all'altezza del prestigio della famiglia da cui si pregia di discendere – una cifra molto, molto al di sotto di quella che percepirà l'autore nobiluomo. nel corso di un banale controllo, e usando google, chi scrive si è resa conto che gran parte del testo è preso di peso da un sito che in calce alla sua pagina dice chiaramente: "Copyright TAL SITO, di TALE E TALALTRA. TUTTI I DIRITTI RISERVATI. La copia o anche l'uso non commerciale del materiale presente nel sito sono vietati senza preventiva autorizzazione scritta da parte degli autori". chi scrive è molto in imbarazzo.

domenica 15 maggio 2011

di minuzie (forse manuzie) tipografiche

l'altro giorno, nella redazione di una prestigiosa casa editrice milanese, ho sentito qualcuno rivolgersi a un collega, parlando di un autore, come segue: "no, dico, renditi conto, questa è gente che non vuole i corsivi nei titoli". quella persona ero io, e mi sono fatta ridere da sola.

venerdì 25 marzo 2011

Nostre signore dei libri: un master in editoria

Oggi desidero parlare di un collegio universitario, di una rettrice, di un Master di primo livello in professioni e prodotti dell’editoria e di una piccola casa editrice. Il collegio è quello universitario di Santa Caterina, a Pavia, la rettrice è Maria Pia Sacchi – ricercatore di letteratura italiana del Rinascimento all’università di Pavia, responsabile organizzativa del master e docente, all’interno dello stesso, di cultura letteraria. Di seguito il programma cultura letteraria dell’edizione del master 2010-2011, da leccarsi i baffi:

L’attività di Aldo Manuzio, editore
Sue lettere prefatorie alle edizioni (soprattutto all’opera omnia di Poliziano, alle lettere di santa Caterina, alle poesie di Petrarca)
Sue innovazioni (carattere, piccolo formato, classici senza commento)
Sue scelte editoriali innovative

Censura libraria e indice
Conseguenze sull’attività letteraria e soprattutto sull’editoria



Collaborano al master, tra gli altri, Gian Arturo Ferrari, Benedetta Centovalli, Roberto Denti, Roberto Santachiara, Massimo Bocchiola.
Roberto Cicala, direttore editoriale di Interlinea e docente di editoria presso l’Università Cattolica a Milano, è un forte punto di riferimento per i corsi. Riporto un brano di quello che Cicala scriveva nel Forum della piccola editoria quattro anni fa (Forum della piccola editoria, in “Libri e riviste d'Italia”, n.s., 12, 2007, pp. 11-14): “Senza citare L’editore ideale di Gobetti, la regola aurea è l’equilibrio tra rigore nella gestione economica e coerenza nella qualità culturale delle scelte: saper sognare con i piedi per terra ma senza seguire troppo e soltanto i gusti personali; occorre leggere e ascoltare molto, frequentare librerie e biblioteche, non disdegnare l’eclettismo senza farsi prendere da quell’autostima o meglio quella passione interiore che pure spesso può compensare la molto bassa renumerazione di chi fa questo mestiere. Ma editoria è fatta soprattutto di testi e bisogna curarli con fedeltà e attenzione, prima di tutto. […] Al di là delle lamentazioni, che però possono lasciare il tempo che trovano, è fondamentale una legge di promozione alla lettura e al libro in Italia, anche per la piccola editoria. […] Ci vorrebbero incontri con l’autore, feste senza noia, acquisti di libri per le biblioteche scolastiche, coinvolgimento dei genitori, mettendo in campo pubblicità, testimonial e creatività come in altri campi. Ricordando ciò che amava dire Gianni Rodari: che il verbo leggere non dovrebbe conoscere l’imperativo. Forse bisogna ripartire da lì.” Già, feste senza noia. E questo, credo, vale anche nell’epoca delle magnifiche sorti dell’e-book.

Sono stata in visita al collegio Santa Caterina, pochi giorni fa, invitata da una cara amica che vi teneva una lezione. Ho visto una classe di frequentanti molto motivati (il master ha un suo costo), cinque femmine e tre maschi, postadolescenti attentissimi e desiderosi di entrare in un mondo, quello editoriale, il cui fascino evidentemente non accenna a diminuire. 
Terminata la lezione, siamo andati a mangiare nella mensa interna, con Maria Pia Sacchi e il vicerettore Giovanna Torre: un luogo dall’afflato assai domestico, il cui sovrano è un cuoco dall’aspetto piuttosto balzacchiano, ampio, socievole, piacevolmente sudato. Sacchi e Torre animano il master e il collegio con una genuina passione che traspare vivamente: due signore dei libri circondate da un alone di understatement, che lavorano sodo, non impazzano su Facebook e producono risultati assai concreti, come i libri degli allievi del master alla fine del corso, che hanno dato luogo alle Edizioni Santa Caterina – libri molto ben fatti, copertina compresa, che meriterebbero una diffusione oltre i confini del collegio (si possono comunque richiedere). I titoli dei “Quaderni del Master di editoria”:

Scrivere per l’editoria: viaggio attorno a libro in dieci tappe, Pavia 2008.

Una collana tira l'altra: dodici esperienze editoriali, Pavia 2009.

La copertina del secondo volume dei "Quaderni del Master di Editoria"
Pellicole di carta: da Gogol’ a Tim Burton: quindici romanzi al cinema, Pavia 2010.

Mi è molto piaciuto, infine, il logo della casa editrice, un particolare da una xilografia contenuta nell’incunabolo aldino, stampato a Venezia per i tipi di Aldo Manuzio il 15 settembre 1500, delle Epistole devotissime de Sancta Catharina da Siena: un libro che riporta scritta in corsivo (qui usato per la prima volta da Aldo, che in seguito lo userà regolarmente per i classici) un’invocazione della santa: iesu dolce iesu amore. 

Il logo delle Edizioni Santa Caterina

Xilografia contenuta nell'incunabolo aldino Epistole devotissime de Sancta Catharina da Siena, 1500  



sabato 8 gennaio 2011

be inspired

Per completare alcuni lavori da consegnare ad alcuni editori:

1. alla mia sinistra, un bicchiere di Müller-Thurgau ghiacciato;


2. nel cd player del mio Macintosh: suonato da Jordi Savall, Ostinato.


Signori, sto filando come un treno.