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mercoledì 2 novembre 2011

mascalzone, birbante, imbroglione, in una parola ludro

Georges de La Tour, Baro con asso di quadri, 1620
 
E sempre a proposito del libro su Georges de La Tour desidero menzionare un altro degli autori dei saggi in catalogo, Mauro Di Vito: un giovane storico dell’arte, la cui prosa totalmente flamboyante riconcilia con la nostra bella lingua, incanta e mette una voglia pungente di tornare su Manganelli e Gadda. Si parla del Baro, a proposito del quale Di Vito ipotizza che nel quadro compaia l’autoritratto del pittore, e così dice:
 “La dama assisa, dal copricapo porporino impiumato, chiede del vino alla coppiera: forse è un diversivo per distrarre l’altro bellimbusto, che sta per essere palesemente minchionato; più che mai vanesio e azzimato, egli succhiella una carta, tirandola su, da sotto alla prima, a poco a poco, per assaporare l’emozione, la Spannung nello svelamento di quella avuta in sorte. L’altro, invece, è lì, ludro, e quasi ci traversa con un’occhiata felina, baffettuzzi biondi e pizzetto rado, occhi taglienti coi quali infilerebbe un ago al buio, e mentre bindola il vanesio cicisbeo che ha di fronte, ci risucchia indietro nel tempo, fino al 1632, come se fosse vivo davanti a noi, a farci suoi complici.”
Cerco “ludro” e ne trovo menzione sull’“Edinburgh Journal of Gadda Studies” (per inciso: date un’occhiata, nel sito, al Pocket Gadda, è fatto benissimo ed è utilissimo), che mi dice:
 “M 533 [AG 618] Il tono de’ primi propositi era il pittoresco-popolareggiante: “quel porco” o “quel ludro” […] dare del porco all’Imperatore, e poi subito dopo niente niente del ludro non significa forse amare la patria?; Sdc 384 [CdD 51] se quel ludro non sapeva neanche lui dove andare?; –•– An 234 Ma dov’è questo ludro d’un cavatappi?; RaI 1031 si trattava di un centinaio di ludri carichi di famiglia di miseria e di malumore.
«mascalzone, birbante, imbroglione»; dal ted. luder, «carogna», portato in Italia settentrionale dalle truppe austriache (Panz. per cui è v. veneta e lomb. e significa «astuto e birbante nel tempo stesso»). GDLI reca rari es. tra cui Svevo, RSP, 1, 15: «Una figura ludra el deve esser de zerto», che att. la presenza del t. nel dial. veneto (per cui cfr. anche Mengaldo 1987a: 172 con un rimando al Boerio); Bacchelli e Gadda (M 533). Consuona però con il mil. luder, per cui cfr. Banfi e Ang. che precisa: «astuto, in senso piuttosto cattivo, si dice dal nostro popolo anche in senso non tristo per indicare chi sia fortunato nelle sue imprese», ma vale anche per «birba, birbante», ed è «riferito anche a cose» (e vd. ad es. Cagna, AC1 185: «Ghe l’ha propri con mi sto luder!»). L’uso gerg. è att. anche da Ferrero: «briccone, furfante»; cfr. infine la n(M) 712 in CdD 51.”

Nel caso voleste vederla, l'opera è conservata al musée du Louvre.

martedì 18 ottobre 2011

godibili duetti_schnabel e lartigue

chi ama la fotografia amerà senz'altro le due mostre in corso allo spazio Forma di Milano, le polaroid di Julian Schnabel e "La scelta della felicità" di Jacques Henri Lartigue, due piccoli gioielli che valgono tutti i sette euro che si spendono per accedere a entrambi. delle polaroid di Julian ho adorato i ritratti (uno straordinario Mickey Rourke, Christopher Walken, Lou Reed),


Jacques Henri Lartigue, Deni e suo figlio, Parigi, 1944
di Jacques Henri il ritratto di Deni, fresco padre e autentico ritratto di una estatica felicità. in mostra, di Lartigue, ci sono anche i cosiddetti album: una serie di taccuini su cui il fotografo annota immancabilmente il tempo atmosferico della giornata, attacca immagini, produce il corrispettivo disegnato delle immagini che ha scattato ma minuscolo: persone, cani in movimento, barchette sospinte da un improvviso forte vento nello spazio di un centimetro quadro.
la felicità di Lartigue mi fa pensare a quella di Wodehouse, e in effetti li separano solo tredici anni (nato nel 1881 Wodehouse, e nel 1894 Lartigue): con tutta evidenza, da una sponda all'altra della Manica, i due si parlavano.

venerdì 16 settembre 2011

non c'è posto per il dottor de wan

Desolante sgrammaticatura sull'elefante Italia firmato da Marco Balestri e Federico l'Olandese Volante per l'Elephant Parade di Milano

Dietro all'elefante Italia si intravedono, di spalle, gli autori: a sinistra Marco Balestri, a destra l'Olandese Volante



Nipapat Yaimali, Mosha in Italy (a ricordo dell'elefantino con la protesi)

Katy Perry con Erin Lareau, Dumbina

Alla presentazione dell’Elephant Parade (qui una cronachetta per capire di cosa si tratta) – nelle enfatiche, ritrite parole del copywriter dell’assessore alla Cultura Moda Expo e tutto il resto Stefano Boeri “l’idea di vedere la nostra città pacificamente invasa da una moltitudine colorata di cuccioli di elefanti, animali simbolo di stabilità e di immutabilità, a grandezza naturale, è straordinaria” – si è dato il singolare accidente che i convenuti fossero in ritardo rispetto ai relatori. Alcuni convenuti, maleducatissimi – come peraltro l’assessore, che adducendo impegni in giunta non si è presentato (non rinunciando però a scrivere, in un testo contenuto nella cartella stampa consegnata ai giornalisti, e con quel tocco di provincialismo che non guasta, che “grazie a questo grande evento open air Milano dimostra di essere una città aperta, vicina al design e all’arte; una città che condivide e contempla, inserita a pieno titolo nel circuito delle grandi mostre internazionali” –, si sono assiepati vicino alle due prime file di seggiole della sala convegni di Palazzo Reale. Constatato che non c’era posto, una signora ha pensato bene di giocare in extremis la carta del leinonsachisonoio, profferendo ad alta voce: “Non c’è posto per il dottor De Wan?”. Il dottor De Wan, di professione non cerusico ma fabbricante di bijoux famosissimi ancorché di pessimo gusto, è uno dei partner della manifestazione. Forse, se il dottor De Wan fosse arrivato quindici minuti prima, un posto in prima o seconda fila lo avrebbe trovato.
Arcobaleno, di Marcello Lo Giudice, installato in piazza della Scala
Torniamo, però, alla presentazione: una marchettona infinita, con tanto di elencazione di sponsor e sostenitori e relativi ringraziamenti, certo dovuti, ma forse in altra forma e in altra sede. Tra i ringraziati c’era Orizzonti Eventi, entusiasticamente lodato per la cura dell’organizzazione. Epperò, perché Orizzonte Eventi, nel video che scorreva alle spalle dei relatori, ha impaginato intere schermate di loghi, immonde antiestetiche accozzaglie, trascurando del tutto le didascalie relative ai titoli e agli autori degli elefanti, che pure scorrevano sullo schermo? E cosa aggiungevano al tutto le due o tre spaesate modelline con panama promozionale decorato Swarovski sul capo, tragiche nel loro girovagare per le sale senza costrutto, e mute?
A parziale salvataggio dallo sbadiglio coordinato (poiché sbadigliavano in molti) e continuativo è intervenuto il tenero (anche un po’ filone) racconto di Mike Spits, figlio dell’ideatore della parade, sensibilizzato fin da ragazzino a interessarsi di cuccioli di elefanti asiatici* bisognosi di cure (il primo in cui si è imbattuto giaceva in un ospedale per elefanti, forse in Tailandia, con una zampa fracassata da una mina, e aveva urgente bisogno di una protesi). Un accorato invito a tutelare l’elefante asiatico è poi venuto da Medhat Shafik, artista egiziano autore di una delle opere in parata: egli ha sostenuto che occuparsi di ciò equivale a occuparsi della vita, invitando gli astanti a risvegliare la propria coscienza ecologica. Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon – eletta dalla Elephant Parade a charity locale, vale a dire organismo no profit con cui condividere i profits della vendita all’asta degli elefanti –, ha sostenuto l’esistenza di un comune denominatore tra le sorti dell’elefante asiatico e quelle della ricerca sulle malattie genetiche rare.
Uno degli hit della mattinata è stato lo scoprimento di un elefante speciale, collocato nella sala dove servivano l’aperitivo, ideato da Marco Balestri e da Federico l’Olandese Volante di Radio 101. Sul corpo dell’elefante, che si intitola Italia e va ad aggiungersi alla miriade di opere dell’ingegno prodotte, con esiti assai diseguali, per celebrare il centocinquantesimo eccetera, sono dipinti i versi di due o tre canzoni che gli autori hanno giudicato rappresentative. Tra cui il Va pensiero. Scritto proprio così, senza l’apostrofo. Viva l’Italia.


* Devo confessare che, nonostante la lodevolezza della iniziativa, l'espressione "salvaguardia dell'elefante asiatico" mi suscita irrefrenabili risate.

venerdì 19 agosto 2011

scripta manent, per l'appunto


Roberto Muscinelli, Toc, martello, sfera di legno, lettera C in carattere 
Times New Roman maiuscolo, 50 x 80 centimetri

Fino al 28 agosto, presso lo Spazio Oberdan a Milano, saranno esposte le opere di "Scripta manent - Quando la parola diventa immagine", una mostra organizzata dalla Provincia di Milano e da spazioalbello, piccola, con alcune opere degne di nota e altre che non riescono a oltrepassare lo status delle arti applicate. La mia preferita è questa qui sopra, con la grande C in Times. Una riga sotto la didascalia recita "Si prega di toccare".
Ho apprezzato anche l'opera di Lucio Barbuio, una serigrafia su vetro creata ad hoc per l'esposizione. Il sito del giovane Barbuio è questo: fa delle belle cose.

Ciò che non ho apprezzato assolutamente è stata la poca cura nella "manutenzione" della mostra – qualcuno deve pur pensare a raddrizzare un'opera se quella pende sbilenca dopo la visita di tante persone – e la cura praticamente inesistente della parte delle didascalie. Le opere sono pochissime e altrettanto poche le didascalie: volete correggere i refusi, certuni, come quelli sui nomi di alcuni autori, davvero grossolani?

mercoledì 17 agosto 2011

milano, estremo oriente

Da sinistra a destra: Lee Song Nam, interprete, Corea del Sud; Wang Luyan, artista, Cina; Marina Boer, grafica, Italia

Al centro, Jeon Chang Nae, gallerista, Corea del Sud


Wang Luyan, W USA Watch D08-01, 2008. Acrilico su tela, 200 x 200 cm

Wang Luyan, The Turning Around Mona Lisa, 2010. Acrilico su tela, 200 x 150 cm

Wang Luyan esamina il menabò del suo catalogo: rapido, pratico, quasi sempre silenzioso e per questo ancora più sorprendente quando, assai di rado, si apre in un sorriso



Le sue linee sono sempre precise, rigorose, stilizzate. Cosa significa per lei lavorare così?
Ho sempre pensato che l’effetto pittorico fosse superfluo, così cerco a ogni costo di evitarlo. Detesto che si veda il lavoro della mano, che peraltro è l’autentica essenza del processo di dipingere. Secondo me questo conferisce immediatamente al lavoro un lato sentimentale, sempre accompagnato da un senso del contingente e dall’incertezza, perfino da tremolii che quasi danno vita alla superficie della pittura: questo è esattamente quello che voglio eliminare nelle mie opere. Perciò ho sempre cercato di produrre immagini “non manuali”, pur lavorando con le mani, usando strumenti di misurazione graduati, attrezzi industriali che mi permettono di creare immagini spersonalizzate. Questo contrasto e nello stesso tempo questa combinazione degli attrezzi impersonali, industriali, di uso comune che utilizzo, da una parte, e un necessario lavoro manuale, dall’altra, stanno al cuore del mio approccio all’arte. È come se il mio lavoro manuale fosse standardizzato.

Henri-François Debailleux, da un'intervista a Wang Luyan

Wang Luyan è un artista cinese nato nel 1956. Produce dipinti di grande formato e installazioni di formato enorme: squadre, compassi, siringhe, tutte figure di iperboliche dimensioni, dipinte con grande perizia e, come dice l'artista stesso nel brano dell'intervista qui sopra, con la precisa volontà di evitare qualunque tipo di sbavatura. A ottobre la Galerie Rx di  Parigi ospiterà una sua mostra, di cui Skira editore pubblicherà il catalogo in inglese e francese. Perciò, per la visione del primo impaginato in casa editrice , dalla Cina è arrivato l'artista, e dalla Corea sono convenuti il gallerista e l'interprete. Perché Luyan non parla inglese e nemmeno coreano, e perciò non avrebbe potuto comunicare né con il suo gallerista Jeon Chang Nae né con chi scrive. Per buona sorte c'era Lee Song Nam, che parla coreano, cinese e un improbabile inglese: il nostro ponte tra oriente e occidente. Epperò subito si è trovata un'eccellente armonia, poiché l'artista tagliava bozze e le sistemava come gli sembrava meglio per l'ordine tematico e cronologico delle sue opere, il gallerista collaborava a suo modo e, siccome l'impaginato era un gran bell'impaginato, abbiamo trascorso la maggior parte del tempo a dire in coro, a ogni doppia pagina sfogliata, la parola "hao", che in cinese vuol dire "bene, buono", e quando la composizione era proprio indovinata, in un babelico empito di concordia tra i popoli, dicevamo tutti "very hao".



          

venerdì 29 luglio 2011

avrà bisogno, senza dubbio, di un moleskine

Gabriele Picco, Il coltello nell'acqua, 2007-2008
Così dà conto l'artista Gabriele Picco della sua genesi creativa (e perdoniamogli la parola "fruibili": " Mi guardo intorno, ascolto le persone, leggo e penso molto, ma lo faccio spontaneamente; poi improvvisamente da una riflessione o da un particolare nasce un’idea importante; tengo sempre con me blocchetto e biro perché in fondo sono i soggetti a scegliere te e non il contrario, dunque bisogna sempre farsi trovare pronti; molto di quello che faccio parte dall’istinto, senza nessun tipo di progettualità. La fase razionale mi serve in un secondo momento per ordinare le idee, renderle più fruibili. Ed è la fase del lavoro più duro". A destra, una sorta di mobile con bottiglia di Perrier, l'unica acqua che si possa bere (con l'Evian, forse).

costa azzurra feuilleton 8_antibes



Da questa immagine in poi il copyright delle foto è dell'adolescentina









In automobile, i freschi sposi Stephen e Nicole

Spezie su un ordinatissimo banchetto del mercato provenzale





Bambole provenienti da una fabbrica chiusa, in vendita presso un mercatino

Ancora bambole inquietanti

Deretani generosi sulla terrazza del Musée Picasso


Stephen e Nicole con amici e parenti

Antibes, il porto




Stephen e Nicole sul sagrato della chiesa, a cerimonia conclusa. In alto i passanti applaudono la nuova coppia

Da Cannes si raggiunge Antibes in dieci minuti, via treno. Sul cammino per raggiungere il Musée Picasso, se si guarda in alto, si può assistere a voli di gabbiani sui tetti assai scenografici. Il Musée Picasso ospita dei Picasso (non quanti se ne vorrebbero), ma anche degli Hartung, dei Pinaud, un violino di Arman e un serpente-uccello di Niki de Saint-Phalle. I quadri di Pablo sono belli, così come sono belle le sue ceramiche (fenomenali i vassoi sorridenti, decorati con una serie di smileys ante litteram), ma chi scrive ha adorato una piccola tela figurativa, che avrebbe volentieri sottratto al museo – tanto più che era proprio delle dimensioni adatte al suo zaino. La cosa non è stata possibile poiché il Musée è presidiato da un gran numero di occhiute sorveglianti che al minimo fiatare sollevano lo sguardo dal loro "Paris Match". Il quadro è La villa Chêne-Roc à Juan-les-Pins, datato 18 août 1931: una villa sul  golfo e un cielo stellato, 60 centimetri quadrati da togliere il fiato. E ho egualmente adorato certi disegni, semplici tratti di matita su carta che con poche giravolte materializzano creature mitologiche dai seni esplosivi, centauri imbizzarriti e fauni, uno in particolare colto mentre suona il flauto e Picasso ottiene un'espressione rapita dalla musica con due mezzelune di grafite, una cosa che non si può descrivere se non si vede. Ad Antibes oggi è un gran giorno per i matrimoni: tra religiosi e civili ne vediamo tre, e in particolare quello di Stephen e Nicole, una coppia di irlandesi – al quale ci imbuchiamo mescolandoci ai convenuti – celebrato da un prete stonato e frequentato da invitati assai eccentrici. Gli sposi pronunciano i voti di fedeltà in uno stupendo francese venato di anglosassone, e gli invitati maschi portano un fiore bianco all'occhiello; ci sono signore con il capo sormontato da piccole composizioni di piume e fanciulle in total black. All'uscita dalla chiesa un rubicondo gentleman, elegantissimo nel suo completo grigio, lancia ai nouveaux mariés petali di rosa che coglie in un sacchetto; lo sposo, di taglia medio-grande, suda copiosamente nel completo da cerimonia sintetico e sale le scale diretto ai festeggiamenti postnuziali munito di una bottiglia d'acqua da mezzo litro, mentre la sposa, che regge un bouquet formato da un unico tralcio di orchidea lungo mezzo metro, è miracolosamente impeccable come la madre priora di Chaucer. Quando Nicole e Stephen si dirigono alla macchina per raggiungere il luogo del banchetto ci imbattiamo in un'altra coppia di freschi sposi impegnata in una seduta fotografica, e in un'altra ancora proveniente dal municipio. Mentre l'adolescentina fotografa alacremente, un signore mai visto prima ci dice che si rammarica di non avere con sé un apparecchio: detto fatto, gli chiedo un indirizzo mail promettendogli l'invio di qualche scatto. Il gentilhomme si chiama Fulvio e vive a Oberursel, in Germania. E questa è stata la nostra giornata ad Antibes.

mercoledì 20 luglio 2011

art et argent

Ben Vautier
desidero segnalare l'esposizione virtuale "Art et argent - Liaisons dangereuses", a cura della Monnaie de Paris (una sorta di Istituto Poligrafico e Zecca dello Stao, per quanto capisco: molto più frizzante del nostro, però): tra le cose belle, un fotogramma che ritrae Serge Gainsbourg e l'opera di Ben Vautier money is money (e a proposito di arte e denaro, colgo l'occasione per segnalare che Ben ha prodotto anche una linea di cartoleria, prodotta da Quo Vadis, bianca e nera, bellissima).

martedì 21 giugno 2011

protocohousing


Tra le iniziative di “Unexpected Israel” c’è, presso lo Urban Center della galleria Vittorio Emanuele e fino al 24 giugno, “Kibbutz. L’architettura della collettività”, una mostra la cui editio maior era stata presentata alla Biennale di Venezia del 2010. Ho adorato l’allestimento: una serie di fotografie in bianco e nero riprodotte sui pannelli informativi e poi, sul pavimento, mucchi di blocchi di carta in formato A3 e A4 da cui si potevano staccare le immagini per portarle con sé.