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martedì 30 ottobre 2012

storie di editing_autori che forse non vogliono pubblicare

Greg Gladman, Digital author. Courtesy newscientist.com
Desidero pubblicare la lettera di un autore che si è rivolto a me tramite Everybody needs an editor perché ho trovato la sua lettera particolarmente rinfrescante e perché la sua opinione sul mondo editoriale, sui criteri e limiti della pubblicazione, nonché su uno dei modi possibili di fare editing, potrebbe aprire un'interessante discussione.


“Gentile Anna,

la ho trovata sia su “Everybody needs an editor” che su Linkedin. Ho avuto modo pure di leggere dei suoi post e (divertendomi) le polemiche che qualcuno di questi ha generato.

Premetto che il mio intento non è necessariamente la pubblicazione; scrivo per hobby, ho già pubblicato e detto sinceramente il mondo dell’editoria non mi appassiona (intendo il sistema). Sono convinto che siamo in troppi a scrivere e che sia giusto che emergano pochi ma bravi. A questo punto si chiederà perché mi rivolgo a lei. Semplice, voglio ottenere il massimo possibile dal mio romanzo, in termini di perfezionamento. A distanza di tempo dal termine della stesura vedo molti difetti, per me difficili da correggere:

1. Lo stile è troppo didascalico e poco originale.
2. Mi piacerebbe alleggerire l’intreccio giallo con un tocco di ironia
3. Lavorare meglio sulla costruzione dei protagonisti che, per quanto credibili, trovo che non siano abbastanza “forti”
4. Varie ed eventuali: vale a dire interventi su tutto ciò che a me ancora sfugge ma che all’occhio attento di un editor può apparire evidente.

Come vede quello che richiedo è un po’ particolare, come particolare è la mia visione dell’editor. Ben venga un editor che porti al mio lavoro originalità e solidità modificando anche registro e stile, laddove fosse necessario. Contrariamente al pensiero comune a me piace anche l’editing definito (malamente) invasivo, nel caso in cui ce ne sia bisogno. Considero l’intervento sul testo da parte dell’editor elemento imprescindibile.  La cosa importante è avere chiari gli obiettivi comuni.

Saluti cordiali” eccetera.

Cosa ne pensate, a parte l’adorabilità della persona in sé?

È legittimo il concetto di “editing invasivo” così come lo intende questo autore?

Come lavorano, con i propri autori, gli editor all’ascolto?

Cosa pensano invece gli scrittori, soprattutto gli aspiranti tali, all’ascolto?

domenica 28 ottobre 2012

domeniche gotiche_dove horace incontra george

sono quelle domeniche come questa, lievemente inzuppate nel jetlag, quando al breakfast segue un second breakfast, sempre a base di caffè e biscotti al pomposo aroma di fave di cacao. si fa una sosta davanti alla finestra,

ciò che si vede dal soggiorno di aa
contenti di sperimentare quella minuscola canon che amazon ci ha portato a domicilio per pochi euro, ma che ha ben sedici megapixel, qualunque cosa questo voglia dire.
e mentre si lavora al testo di un amico, che è sempre una cosa bella perché poi, finito l'editing, non si consegnerà semplicemente il file ma se ne discuterà a cena, tra una notizia personale e l'altra, in quell'appagantissima miscela di cui è fatta la libera professione editoriale, nel corso della quale può capitare che mentre si legge per lavoro si tenda ogni tanto il naso al sugo che cuoce, e che brucerebbe se non si fosse trasportato dalla cucina alla scrivania il provvidenzialissimo maiale contaminuti.


maiale antincendio
perché poi l'autunno milanese c'è solo a milano, e invita al gotico, incidentalmente attuale argomento di studio dell'adolescentina, che alle mie spalle legge walpole sul kindle.


horace walpole (1717-1797)

"Horace Walpole (1717-1797), figlio del più noto statista Robert Walpole, si è meritato una poco lusinghiera fama di ozioso dilettante. Favorito dal destino per situazione economica e sociale, si dedicò solo alle proprie passioni: il collezionismo, l'antiquariato, la realizzazione di una casa a Richmond, Strawberry Hill, che è un castellino tutto falso gotico e vero kitsch. Letterato a tempo perso, scrisse, oltre al citato The Castle of Otranto una tragedia mai rappresentata su una passione incestuosa (The Mysterious Mother, 1768), due discorsi sulla pittura inglese e sui giardini e lettere bellissime.
Sempre come dilettante aveva anche organizzato una piccola tipografia a Strawberry Hill (1757), che chiamò Officina Arbuteana; il primo testo colà stampato è Odes di Thomas Gray. Si dice vestisse quasi sempre color lavanda, con fibbie dorate sulle scarpe e cravatte di pizzo. Non era semplicemente alto, bensì lungo ed eccessivamente magro, in particolare le mani, di un pallore innaturale. Di Horace Walpole si innamorò perdutamente Marie Anne de Vichy Charmond, marchesa du Deffand, la M.me du Deffand dei salotti illuministi parigini, quando lei aveva già sessantotto anni e Walpole quarantotto."

(il testo è tratto da qui.)

ah, l'ozioso dilettante! e il castellino, il color lavanda, il senile amore di madame du deffand! e la domenica gotica nel nuovo appartamento che ancora non finisce di stupirci, vissuta da una della camere con vista. 
what else?


martedì 26 giugno 2012

soooo sexy

 Il linguaggio non deve indossare sempre giacca e cravatta. Il fine della fiction non è la correttezza grammaticale ma mettere il lettore a proprio agio e poi raccontargli una storia... fargli dimenticare, se è possibile, che è lui o lei che sta leggendo la storia. Il paragrafo di una sola frase è molto più vicino all'esposizione verbale che a quella scritta ed è un bene. Scrivere è seduzione. Parlare bene fa parte della seduzione. Se così non fosse, come mai tante coppie che cominciano la serata a cena finiscono a letto?

Stephen King, On Writing, Sperling & Kupfer, Milano 2001

martedì 10 aprile 2012

la sfera d’oro 2: scrivere secondo david mitchell

Scrivere secondo David Mitchell

 “Tutto ciò che avete bisogno di imparare sulla scrittura lo imparerete e potrete solo impararlo scrivendo, perciò sbarazzatevi della televisione e lavorate. E quando siete in una impasse, scrivete il motivo per cui siete bloccati, con implacabile onestà: così vi sbloccherete”.

chi è 
Di Mitchell in italiano c’è poco; tra quel poco, l’intervista di elena torre su mangialibri, con microbibliografia.

lunedì 2 aprile 2012

la sfera d’oro 1: scrivere secondo giulio mozzi

 Scrivere secondo Giulio Mozzi
Dieci trucchi per inventare
1. Quando ti vengono le migliori idee? Mentre fai la doccia? Mentre passeggi? Al supermercato?
La domenica mattina, quando sei ancora in pigiama? Allora non esitare: fa’ spesso la doccia, passeggia molto, sta’ dei pomeriggi al supermercato, impigrisciti senza ritegno tutte le domeniche mattine.
Non sai perché funziona, ma funziona. Il tuo corpo sa perché funziona.
2. Hai una buona idea, ecco, dov’è la penna? No, aspetta. Non scrivere. Scriverai domani, dopodomani. Lascia che l’idea ti giri per la testa. Pensaci mentre fai la doccia, mentre passeggi, al supermercato, la domenica mattina. Spesso una scrittura troppo immediata isterilisce l’idea. L’idea, girando nella mente e nel corpo, s’ingrassa, diventa più ricca, si completa.
3. Hai l’abitudine di scrivere molto. Non ne puoi fare a meno. Allora compera molti quaderni ad anelli e molti pacchetti di fogli. Non scrivere mai due cose diverse sullo stesso foglio. Di tanto in tanto, rileggi. Dividi i tuoi fogli in diversi quaderni: in un quaderno le cose di un tipo, in un altro quaderno le cose di un altro tipo? Ogni tanto rileggi, con in mano un evidenziatore: segna tutte le frasi che ti sembrano importanti. Poi ricopiale in un altro quaderno. In questo modo il materiale che la tua mente produce – sempre eccessivo, spesso confuso – si selezionerà e ordinerà.
4. Non scrivi quasi mai. Bene. Non è un problema. Non pensare che dovresti scrivere. Scriverai un’altra volta. Intanto pensa, fantastica, leggi libri, guarda il mondo, chiacchiera.
5. Sono tre ore che stai su un racconto, e non ti viene in mente niente. È come se delle corde strettissime avvinghiassero il tuo cervello. Hai presente, come succede a volte, che il nome di un conoscente non ti viene, sai benissimo chi è, ce l’hai in punta di lingua, ma non ti viene? Poi pensi ad altro, e all’improvviso ti ricordi. Bene, è la stessa cosa. Devi pensare ad altro. Compila la denuncia dei redditi, fa’ un cruciverba, cucina una torta, litiga con qualcuno. Il tuo cervello si disavvinghierà.
6. Ti accorgi che in ciò che scrivi ci sono delle cose che tornano. Un certo tipo di paesaggio, una donna che si comporta in un certo modo, una certa situazione, una casa arredata così e così, certe parole che ti vengono fuori continuamente. Bene: se succede così, vuol dire che c’è qualcosa sotto.
Siediti sotto un albero e fatti delle domande. Perché hai sempre in mente un certo paesaggio? Perché immagini sempre donne fatte in un certo modo? Perché certe situazioni ti appassionano? Non è importante che tu trovi delle risposte vere. Basta che tu trovi delle risposte, più risposte possibile. Ti serviranno.
7. Fa’ leggere quello che scrivi, anche se non è finito, anche se non ti piace. Procurati un’amica o un amico di cui ti fidi: cioè che siano sinceri. Non domandare mai: “Allora, ti è piaciuto”?. Domanda invece: “Che impressione ti fa?”. Prendi nota delle impressioni, e poi domanda: “Quando dici che ti commuove, sapresti dirmi dov’è esattamente che ti commuovi, e perché?”; “Quando dici che non capisci che cosa succede, dov’è esattamente che non capisci?”; “Quando dici è buffo, mi fai vedere quali sono esattamente le parole buffe?”. Così imparerai molte cose sugli effetti che ciò che scrivi produce in chi legge, e sul perché produce questi effetti. Questo è importantissimo.
8. Usa ancora l’amica o l’amico fidati. Racconta loro la tua storia, a voce, anche se l’hai già scritta.
Fa’ con loro un patto: che devono continuamente interromperti con domande. Così sarai costretta a completare la tua immaginazione, a trovare tutti i particolari, a motivare ogni singolo avvenimento della storia. Se ti fanno poche domande, cambia amica (o amico). […]
9. Di nuovo, ti senti senza idee. Il tuo racconto è là, fermo a metà. Prendi in mano un libro a caso, aprilo a caso, leggi una frase a caso: “Non una visione, stavolta, ma un ascolto”. Che frase sibillina!
Prova a trovare un legame tra la frase e il tuo racconto: come se fosse un consiglio che ti viene dato.
 “Non una visione, stavolta, ma un ascolto”. Che cosa può voler dire? Chi lo sa. Ma se ci penserai seriamente, ti verranno in mente delle cose. Magari non cose utili, ma probabilmente cose nuove. (La frase viene da: Paolo Attivissimo, Internet per tutti, edizioni Apogeo, pagina 141. Ma quasi ogni frase va bene).
10. Un testo è come un nastro: si legge dall’inizio alla fine. Ma non tutti i libri, per dire, si leggono dall’inizio alla fine: pensa ai dizionari, alle guide turistiche, ai manuali per navigare in Internet.
Prova a immaginare: come sarebbe, la tua storia, se fosse un dizionario? O una guida turistica? O un manuale? O un libro di ricette? O una pubblicità? O un cartello stradale? O una legge? O una canzone? O un saggio? O un articolo di quotidiano? Bene: tu, alla fin fine, scriverai probabilmente un racconto; ma immaginando non tutti (che è impossibile), ma il maggior numero possibile di modi per raccontare la tua storia, quasi di sicuro sentirai zampillare nella mente nuove idee.
(dall’e-book Corso di scrittura condensato di Giulio Mozzi, La Tela Nera, 2004; il corso si può prelevare integralmente su vibrisse, qui).

chi è
Giulio Mozzi è nato il 17 giugno 1960. Abita a Padova. Si è diplomato presso il Liceo-Ginnasio “Tito Livio”. Ha svolto il servizio civile alternativo al servizio militare presso la Casa del fanciullo di Padova. Dal 1982 al 1989 ha lavorato nell’ufficio stampa della Confartigianato del Veneto. Dal 1989 al 1996 ha lavorato come fattorino-magazziniere presso la Libreria internazionale Cortina di Padova. Dal 1996 al 2001 ha campato essenzialmente di corsi e laboratori di scrittura e narrazione. Dal 1997 al 1999 ha collaborato con la casa editrice Theoria. Dal 2001 ai primi mesi del 2009 è stato consulente per la narrativa italiana di Sironi Editore. Nel 2006 ha dato vita, con un gruppo di generosi amici, alla casa editrice in rete vibrisselibri. Dal 2008 è consulente di Einaudi Stile Libero. Dal 2009 collabora con l’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa (Iprase) della provincia di Trento. Nel 2010 ha iniziata una collaborazione amichevole con Laurana Editore.
(la biografia qui sopra è copiata dal sito di Mozzi, vibrisse, a cui si rimanda per il curriculum completo e le pubblicazioni)

lunedì 19 marzo 2012

cosedalibri su vibrisse: i dieci interventi più frequenti nel lavoro di editing

oggi vibrisse di giulio mozzi ospita un decalogo di anna albano sul lavoro di editing, qui.

mercoledì 14 marzo 2012

scrittori con la valigia

una tra le classificazioni letterarie che mi fanno più ridere è quella degli scrittori migranti. mi immagino barconi in procinto di schiantarsi sulle coste di qualche paese occidentale, zeppi di rispettabili signore e signori, neri o di qualche altro colore, con un calepino in una mano e il passaporto nell'altra, destinati a scrivere in perpetuo pellegrinaggio. apprendo che da "saturno", l'inserto culturale del "fatto quotidiano", è migrato il direttore riccardo chiaberge per qualche questione di incompatibilità o di scarse vendite. forse le scarse vendite dipendono anche dall'inconsistenza di certi dibattiti.
su "saturno", il 12 marzo, è comparso un grottesco intervento di bijan zarmandili, scrittore iraniano di cui ignoravo l'esistenza (ma questo non fa testo). "dal mio punto di vista", scrive bijan, "il vero problema è la letteratura italiana, che non è in grado di riflettere sulla propria natura dialettica, di individuare i soggetti emergenti e le sue nuove contraddizioni, così da capire che non esistono scrittori migranti ma semplicemente nuovi scrittori italiani che – per provenienza, sensibilità e stile – potrebbero rinnovare i vecchi schemi del romanzo e della letteratura nel suo complesso", e ancora "Bisogna chiedersi come mai rimangono silenti i critici e gli storici della letteratura, o i direttori editoriali… Sono loro che vivono nel ghetto, e credo che tocchi incitare loro alla ribellione: sono loro i prigionieri nelle vere banlieue dell’attualità culturale, dove rischiano il soffocamento." non viene in mente, a bijan, che forse i soggetti emergenti non risultano sufficientemente interessanti.
così come non viene in mente a igiaba scego, vincitrice nel 2011 del premio mondello eppure capace di scrivere, per cercare di giustificare la scarsa eco suscitata da pubblicazioni migranti a suo parere meritevoli, castronerie come "Certo la stampa ha le sue colpe, ma non è la sola. Io aggiungerei tra i colpevoli anche le case editrici. Dopo un iniziale entusiasmo per le scrittrici e gli scrittori di origine migrante siamo passati ad una momento di totale recessione. Le vie sembrano sbarrate. Si pubblica poco e manca totalmente lo scouting", e ancora "Qualcuno potrebbe obbiettare che ancora tra di noi non c’è una Zadie Smith o un Hanif Kureishi. Ma siamo proprio sicuri di questo? Forse probabilmente la Zadie italiana ci è passata sotto il naso e non ce ne siamo accorti. Io credo che sia andata proprio così. Lo penso ogni volta che mi capita tra le mani il libro di Cristina Ali Farah Madre Piccola. Un signor libro davvero! Poetico, complesso, coinvolgente. Un libro molto amato dagli addetti ai lavori, molto studiato nelle università estere (da Melbourne a New York) e dai gender studies". diciamo allora che quando igiaba cesserà di scrivere "Un signor libro davvero!", "forse probabilmente" e di cercare colpevoli allora potrà concentrarsi sulle sue opere e vincere serenamente il suo secondo premio mondello. e per fare un favore agli scrittori che postcolonialisticamente protegge, anche daniela padoan dovrebbe cessare, nella stessa sede, di ideare definizioni deliranti come quella di "razzismo letterario".

per concludere ascoltiamo la voce di allan bloom, ancora attualissima per le cose italiane,  in merito al chiasso in ambito accademico sulla letteratura etnica, i diritti delle minoranze et similia: un commento che risolve le diatribe con molta pertinenza. il professor bloom discute, nella fattispecie, degli studenti nelle università americane dopo l'avvento degli studi sulle minoranze culturali.
"Una delle tecniche per aprire la mente ai giovani è chiedere un corso universitario in una cultura non occidentale. ... ho visto che questa richiesta ha un'intenzione demagogica. Il punto è costringere gli studenti a riconoscere che esistono altri modi di pensare e che quelli occidentali non sono i migliori. Ancora una volta non conta il contenuto, ma la lezione da trarne. Queste richieste fanno parte dello sforzo di creare una continuità mondiale e di preparare i suoi membri, le persone libere da pregiudizi. Ma se gli studenti dovessero davvero imparare qualcosa sull'ideologia di fondo di una di queste culture non occidentali – cosa che non accade – scoprirebbero che tutte, nessuna esclusa, sono etnocentriche. Credono tutte che il loro modo di vivere sia il migliore e che tutte le altre culture siano inferiori. ... Solo nelle culture occidentali, cioè in quelle influenzate dalla cultura greca, c'è qualche propensione a dubitare dell'identificazione del bene con il proprio stile di vita. Dallo studio delle culture non occidentali si potrebbe  concludere che non solo preferire il proprio stile di vita, ma ritenerlo migliore, superiore agli altri, è primordiale e persino naturale, esattamente il contrario di ciò che si vuole quando si chiede agli studenti di studiare queste culture. In realtà applichiamo un pregiudizio occidentale – che subdolamente assumiamo per indicare la superiorità della nostra cultura – e deformiamo l'evidenza di queste altre culture per confermare la sua validità. Lo studio scientifico delle altre culture è un fenomeno quasi esclusivamente occidentale e all'origine era palesemente collegato alla ricerca di nuovi e migliori modelli di vita, o almeno di una conferma della speranza che la nostra cultura è effettivamente la migliore, conferma della quale le altre culture non sentono il bisogno. ... La coerenza sembrerebbe chiedere ai sostenitori dell'apertura mentale di rispettare l'etnocentrismo o la chiusura che trovano in qualsiasi altro luogo. Però, attaccando l'etnocentrismo, ciò che in effetti essi fanno è affermare inconsapevolmente la superiorità  della loro intelligenza scientifica e l'inferiorità  delle altre culture che non la riconoscono, proprio nel momento in cui respingono ogni pretesa di superiorità".
Allan Bloom, La chiusura della mente americana, Lindau, Torino 2009 (ed. or. 1987)

e a conclusione del post un po' lungo, risolleviamoci con l'immortale.

mercoledì 7 marzo 2012

"granta" italia: è proprio necessaria?

"granta" è una rivista letteraria inglese gloriosa, che fra ventisette anni ne compirà centocinquanta. per dire, oltre a tutto il resto – racconti inediti, fotografie, reportage –, nel suo numero monografico su londra, il 65 della primavera del 1999, pubblicava quattro bellissime mappe sulla literary london di martin rowson, in una delle quali erano segnati i luoghi del doctor johnson. il suo parterre di contributors, lungo centoventidue pagine (c'è pure roberto saviano, ma tutti possono sbagliare), è composto di una gioia di scrittori, fotografi, disegnatori, tra i quali, a caso:

margaret atwood
paul auster
john banville
john barth
saul bellow 
roberto bolaño
italo calvino
angela carter
raymond carver
bruce chatwin
jeffrey eugenides
richard ford
allen ginsberg
patricia highsmith
ismail kadaré
stephen king
mario vargas llosa
v.s. naipaul
joyce carol oates
martin parr
georrges perec
gregor von rezzori
philip roth 
susan sontag
george steiner
wislawa szymborska

dall'anno scorso esiste "granta" italia, pubblicata da rizzoli. se ci si avventura nell'elenco degli autori si piange: a parte due o tre decenti, i soliti ignotini che campano prevalentemente di web, giovani e giovanilisti pescati tra gli amici degli amici. la sensazione prevalente è di noia, anche se si prova a scandalizzare un pochino con un numero dedicato al sesso. non credo che "granta" italia sia una rivista utile alla letteratura, alla scoperta. tra gli argomenti privilegiati vi si trova molto lavoro e molta disoccupazione. insomma, quella bella letteratura in salsa sociale che non resterà. tra gli argomenti della "granta" vera: 

- best young novelists
- essays & memoir
- interviews
- photography


vale allora la pena di abbonarsi alla rivista originale. per 29.95 sterline si riceve la rivista, si guadagna il diritto di accedere all'archivio digitale e, last but not least, un "granta moleskine notebook".
c'è ancora qualcuno che ha voglia di leggere l'ultima fatica di veronica raimo?

sondaggio letterario

courtesy assregcavallomurgese.it
quello che segue è l'abstract di un manoscritto. è un romanzo storico sul quale chi scrive ha praticato un editing finalizzato alla presentazione a un editore: comprereste questo libro? (a me è piaciuto: sa di cavalli murgesi al galoppo, orecchiette fumanti, pomodori spaccati e messi a seccare al sole della polverosa campagna martinese, fanciulle timide ma intraprendenti, sangue sui panni degli uccisi, riunioni di giovani gaudenti martinesi).


Manoscritto ancora senza titolo

Martina Franca, 1821: nei pressi della porta del Carmine giace il cadavere del carbonaro M. R., il capo e il busto coperti da un mantello nero.
Spetta a don M. M., trentacinquenne medico e botanico appartenente all’opposto partito dei Borboni, identificare e constatare il decesso dell’uomo che aveva ammirato sin da ragazzo come simbolo di coraggio e di spavalderia. Lo stesso M. sarà incaricato dall’intendente di polizia di condurre le indagini sull’omicidio del gentiluomo martinese, il quale si rivela post mortem in tutta la sua ambiguità: il dottore scoprirà infatti che era stato protettore del brigante C. A., ex sacerdote, maestro di canto gregoriano e repubblicano a capo della setta dei Decisi. Amministra una parte delle proprietà di M. R. il suo figlio illegittimo F. P., che ne prosegue l’attività rivoluzionaria e ne ricalca ossessivamente la personalità, giungendo a una identificazione quasi totale con il padre scomparso. A capo di una banda di cospiratori, P. insegue un sogno di potere che travalica l’attività politica. In Puglia vige un’anarchia intrisa di sangue: il confine tra brigantaggio e lotta antiborbonica si definisce a fatica e gli omicidi politici di esponenti delle sette in conflitto si mescolano a delitti comuni, perpetrati per amore o per vendetta. La fitta boscaglia attorno a Martina occulta le attività delle bande; le masserie nella campagna sono nascondigli per le riunioni carbonare, teatro di battaglie tra briganti e autorità costituita e tombe all’aperto perfette per vittime trucidate sotto i cieli stellati delle Murge.
Ferdinando I invia in questo Meridione d’Italia dilaniato tra la nostalgia del vecchio e l’impetuoso avanzare di correnti repubblicane il generale Richard Church, a capo della sesta divisione militare in terra d’Otranto, ospitato a palazzo R. e testimone diretto della complessa ambivalenza del carbonaro M., dei suoi rapporti poco limpidi col bandito A.
La moglie di R., che al tempo del loro precoce matrimonio lo aveva ammirato come si fa con gli eroi, intrattiene da anni una relazione con G. C., gaudente e scanzonato avvocato repubblicano, amico d’infanzia del borbonico M.. La loro scandalosa vicenda amorosa indurrà più di una volta il dottore a sospettare ora dell’uno ora dell’altra: il movente di C., rivale in amore di M. R., è robusto e capace di far vacillare la fiducia dell’amico. Nel corso dell’indagine si rivelerà fondamentale l’apporto di A., che più di una volta influenzerà decisivamente suo marito con i suoi consigli e le sue intuizioni: la chiave per interpretare la personalità dell’assassino emergerà nelle ultime battute dal dialogo ideale tra i coniugi M. e Giulio Cesare. Un dénouement tuttavia obliquo, poiché il suicidio dell’assassino, e la conseguente impossibilità di verificare i fatti attraverso la sua voce, lascia sulla vicenda lo sgradevole sapore dell’ambivalenza.

sabato 25 febbraio 2012

leggere e scrivere in compagnia, con un rumor di cascatella

la scrivania portatile di virginia woolf
c'è un luogo, al secondo piano della libreria feltrinelli alla stazione centrale di milano. dopo i corridoi dei libri, sul fondo, c'è un tavolo tondo. oltre il tavolo, molte poltroncine nere e una fontana che gorgoglia. così, il viandante* che volesse sostare in questo scenario delizioso non deve fare altro (se è inverno, o poco prima della primavera) che togliersi il cappotto e accomodarsi: su una poltroncina, nel caso volesse leggere, o presso il tavolo, se volesse scrivere. e siccome io volevo scrivere, ieri mi sono accomodata al tavolo per un paio d'ore. in compagnia di studenti e lettori/studiatori di ogni risma. sul tavolo c'erano libri, quaderni, penne, computer, bottigliette d'acqua, persino un sacchettino con la pizza, che non disturbava. ciascuno aveva una sua porzione di tavolo, dove ricostruiva una sua trasparente intimità, badando di lasciare spazio al proprio vicino. la società civile.

*in caso di viandanti fortemente individualisti desiderosi di rimanere nella propria cameretta, c'è sempre lo scrittoietto itinerante di virginia woolf.

martedì 7 febbraio 2012

non deve mancare nello scaffale di chi vuole scrivere

Food processor
ed è bene ribadirlo: il Ricettario di scrittura creativa di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi va acquistato e usato come si fa con i libri di cucina più comodi da usare, quelli che tieni sempre a portata di mano e sai che ti saranno utili per sempre.
Word processor
perché poi, nel turbinio di consigli e trucchi attinenti allo scrivere che a ogni pie' sospinto si incontrano in libreria e nel web, si rischia di dimenticare l'esistenza di questo solido volume, anche bello perché rilegato in brossura olandese, per inseguire le sirene dei parvenus. no, signori, quello da comprare per primo è ancora questo.

contiene:

- Le scritture dell'intimità
- Descrivere e spiegare
- Dibattiti, invettive, paradossi, invenzioni assurde ed altro
- Antimondi, terre fantastiche, isole non trovate
- Parodie e riscritture
- Straniamenti
- Monologhi, dialoghi, chiacchiere, sproloqui
- Le forme del narrare
- Versi, strofe, rime, accenti, ritmi
- Le forme della poesia
- Collage, manomissioni, variazioni sul tema, manipolazioni
- Dizionari, cataloghi, classificazioni, inventari
- Giochi, divertimenti, passatempi, tenzoni verbali

martedì 24 gennaio 2012

sempre di editor, editing, aspiranti scrittori e agenzie letterarie

il parere molto interessante e ben documentato dell'autrice rita charbonnier, qui. leggete anche la seconda parte.

immagine courtesy wlwritersagency.com

lunedì 23 gennaio 2012

quel che resta dell'editing

Gordon "Captain Fiction" Lish, l'editor di Raymond Carver
 “Facendo seguito a […], premesso che
[…] c) L’Editor è un revisore letterario, libero professionista, lavoratore autonomo ed è in possesso della competenza, formazione letteraria, capacità e obiettività di valutazione, esperienza e sensibilità creativa necessarie per la prestazione dell’attività di revisione editoriale e di editing dell’opera sotto indicata.

Dall’articolo 1
Oggetto del contratto
1.1. Il Committente conferisce all’Editor l’incarico di eseguire la revisione editoriale e l’editing dell’Opera TITOLO. […] L’incarico di revisione editoriale e di editing dovrà intendersi comprensivo delle seguenti attività:

[…]
- revisione e adattamento della trama, valutando la struttura, i dialoghi, l’ambientazione, il linguaggio, lo sviluppo narrativo, individuando e intervenendo sulle parti prive di coerenza, sull’ordine delle sequenze, sulla caratterizzazione e tenuta dei personaggi, sulla motivazione delle azioni, operando direttamente quegli interventi di modifica, soppressione e riscrittura di brani e pagine, nel rispetto degli accordi convenuti con il committente.

Dall’articolo 2
Modalità di svolgimento dell’incarico
2.1. L’Editing dovrà essere eseguito nel rispetto del pensiero dell’autore dell’Opera, in sintonia creativa con il testo letto e con accortezza nei suggerimenti e negli interventi di adattamento e di modifica da apportare per aumentare la fluidità e la qualità stilistica e strutturale dell’Opera.
[…]
2.3. L’Editing dovrà essere svolto dall’Editor personalmente e in piena autonomia, al di fuori di qualsiasi vincolo di subordinazione con il committente o coordinamento con la sua organizzazione, conservando autonomia di decisione riguardo all’esecuzione dell’attività […]

Dall’articolo 6
Citazione del nome dell’Editor
Le parti concordano che il nome dell’Editor non figurerà nelle pagine interne dell’Opera Revisionata."
                                                                 
                                                                    °°°°°°°°°°

chi scrive ha estrapolato quello che si legge sopra dall'ultimo contratto firmato per un incarico di editing su un manoscritto da parte di un'agenzia letteraria milanese. la parte sottolineata spiega molto bene in cosa consista il lavoro di un editor (quello che lavora sui testi, non l'editor/scout che i testi valuta, sceglie e propone) e quali siano le possibilità e i limiti concessi quando si opera sul testo di un autore. 

e così riccardo e suzie (nomi di fantasia – mia), i personaggi principali  del protoromanzo di cui mi sono occupata negli ultimi due mesi, sono usciti dalla mia vita, nella quale erano rimasti così intensamente per oltre sessanta giorni. e pazienza se riccardo era un nobile smidollato e suzie, l'oggetto del suo desiderio imperituro, una slavata ragazzotta della pennsylvania. per tutti quei giorni ho riempito seicentonovantadue fogli di appunti, note, cancellature, ho riscritto interi paragrafi e immaginato soluzioni nuove cercando di capire cosa volesse dire l'autore, come si sentisse il personaggio e come fargli esprimere al meglio, senza tradirne la personalità, ciò che voleva esprimere. è stato appassionante doversi mettere nella condizione di pensare, agire, reagire come il tale o il talaltro. e passi se ho dovuto tagliare quasi la metà del manoscritto, se ho dovuto cercare un'unica frase in grado di sintetizzare pagine e pagine di ripetizioni alla ricerca delle tre o quattro parole nuove che avrebbero aggiunto qualcosa all'economia complessiva del testo.
riccardo, dopo che suzie l'ha lasciato per un panamense, ha navigato per i mari del globo terracqueo senza mai potersela togliere dalla testa; suzie ha fattto due o tre bambini, tutti dopo gravidanze difficili, la stolta. riccardo è dovuto finire in un ashram in india, per cercare di capire il senso della vita, e un po' pensa di averlo trovato nelle parole di un vecchio saggio; di suzie non si sa più nulla, forse fa marmellate a beneficio del comitato locale per i giovani orfani. in ogni caso suzie, ricky, ragazzi, mi mancherete.

domenica 22 gennaio 2012

scuola di scrittura 3: aspiranti scrittori si chiedono se per fare lo scrittore è meglio seguire un percorso scolastico prestabilito

Scrittori senza laurea. Courtesy wikisource
più leggo le domande e le risposte su yahoo answers, più mi convinco che è uno degli osservatorî più affidabili per comprendere i comportamenti e i pensieri di coloro i quali un giorno, se non lo stanno già facendo, scriveranno qualcosa e lo manderanno a uno scrittore o a un editor per chiederne la valutazione. chiede rocco:

"Secondo voi ci sono scrittori anche famosi che hanno un semplice diploma di maturità? ne conoscete qualcuno?"

 e gli answeriani rispondono:

lisa: Certamente, ce ne sono anche che non hanno titolo di studio...o che hanno dei percorsi di studi particolari. Prova a leggere i primi due libri di Frank McCourt -Le ceneri di Angela -Che paese l'America

gio' di: Un esempio famoso è Hemingway aveva solo fatto le scuole superiori a Oak Park, mentre gli altri suoi amici scrittori come Faulkner, e Fitzgerald provenivano dalle università prestigiose.

huxley "wildchild" tan: Fabio Volo.

martedì 17 gennaio 2012

uno stabile sentimento della letteratura

e siccome non riesco a scrivere niente perché sto leggendo cose altrui, vi direi di non perdere un bell'articolo di elisabetta rasy sull'edizione online del "sole 24 ore" online, in cui si parla della "paris review" e ci si chiede se una serie di interviste ad autori possa concorrere a una storia della letteratura. a presto

giovedì 5 gennaio 2012

di vanity press, da livio romano

mi è piaciuto, oltre al contenuto, anche il tono rilassato di queste note di livio romano, che risponde a michela murgia dopo un intervento di quest'ultima a tutela degli autori "veri".

immagine courtesy write-strong.com

domenica 1 gennaio 2012

la belle vie

 
Mr. Pickwick saluta giocondo in piedi su una pila di libri del suo creatore. Joseph Grego (a cura di), Pictorial Pickwickiana: Charles Dickens and his illustrators, Chapman and Hall, London 1899


qui sotto, gli auguri più belli di quest'anno: sono quelli di un amico ginevrino (anche libraio), che mi piace condividere in questo giorno solenne. 
l'immagine sopra richiama quella levità e giocondità con la quale chi scrive si ripromette di affrontare l'anno del bicentenario di charles dickens.

Chère Anna, 
Que te souhaiter pour la nouvelle année ? De l'amour d'abord, de la santé ensuite, beaucoup d'interviews, d'articles, pourquoi pas de livres, la gentillesse pour tous, la considération de tous, la confiance en toi, la gloire et la belle vie telle qu'elle devrait toujours être !
Je t'embrasse.
Nome Cognome

mercoledì 14 dicembre 2011

sex bomb

ieri sera, girellando nel web, mi sono imbattuta in un post su facebook che invitava ad aggiudicarsi gli ultimi due posti di un corso di scrittura che sarebbe iniziato oggi, a milano. diramava il messaggio lo scrittore in persona. chi scrive, che di queste cose si interessa, gli ha chiesto il costo di quanto offriva. lo scrittore noir, che sulla voce di wikipedia a lui dedicata risulta paragonato (però solo talvolta, si specifica) a patricia highsmith e friedrich dürrenmatt, mi rimanda un po' seccato alla segretaria che si occupa di questo vile aspetto, il cui numero di telefono aveva già pubblicato nell'annuncio. gli faccio notare che sarebbe stato più pratico, dato l'inizio del corso da lì a poche ore, fornire l'informazione saltando il tramite. non so perché, ma in italia di soldi si parla malvolentieri. insomma lo scrittore si indigna e mi invita, cito a memoria, ad abbandonare la mia protervia e a tornare nell'abisso di ignoranza dal quale sono uscita, o qualcosa del genere. mi rinfaccia i refusi che ho prodotto scrivendogli: da una che si chiama "faccio testo" non li accetta. dopodiché mi impedisce l'accesso alla sua pagina, deduco, poiché non mi è consentito di rispondergli. lo faccio al suo indirizzo mail, ché lasciare le cose a metà non mi piace. la mia risposta non gli piace, deduco, poiché la sua contiene insulti che non ripeterò e anche un'ipotesi sulla mia camera da letto: "immagino tu abbia una vita sessuale disastrosa". segue mia risposta e poi, da parte dello scrittore noir, la spiegazione a questo comportamento straordinario: "Ti chiedo scusa per le intemperanze, ma sinceramente non mi sembrava di essere stato scortese. Se non vuoi riconoscere l’inopportunità di quella domanda – o l’obiettiva comicità della messe di refusi nella scrittura di quei post – non importa. Cancello il nostro dialogo dal thread, mi secca aver voluto avere l’ultima parola. Sono anche un po’ stanco, se devo dirti la verità. Ogni modulo del corso costa 500 euro." la cosa positiva è che alla fine sono riuscita a capire quanto costasse il corso di questo scrittore (che deve essere di buon livello, poiché mi accade di leggere che una delle laureate ha poi prodotto un volume dal titolo 101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi). la mia riflessione quasi quasi finale è che c'è un risvolto negativo in tutta questa democrazia-dal-basso-conosci-lo-scrittore-su-facebook-ed-entra-nel-suo-fantasmagorico-mondo: è l'effetto di cui parlava flaubert quando diceva che non bisogna avvicinarsi troppo agli idoli, perché c'è il rischio di intravedere l'opacità del legno sotto la doratura. ed è decisamente meglio che ciascuno si tenga le miserie sue. la mia riflessione quasi finale è che a volte l'autopromozione può essere logorante, e allora meglio affidare il pacchetto completo alla segretaria. la mia riflessione finale verte sul fatto che, con una ragionevole dose di certezza, un minchione stanco è pur sempre un minchione.

lunedì 12 dicembre 2011

voyage autour de ma ville

Hotel La Mamounia, Marrakesh (quello dell'Uomo che sapeva troppo)
Io mi sento perfettamente a mio agio negli hotel. Negli hotel con molte stelle, dove si può godere di una cortesia non impegnativa dal punto di vista della reciprocità e dove gli altri al tuo posto, quando poni un problema, hanno già trovato la soluzione. Dove trovi l'"International Herald Tribune" e personale solerte. Dove benevoli fantasmi passano a pulire ciò tu hai sporcato, senza manifestarsi mai. E dove si è liberi da qualunque tipo di cura che non sia la pulizia personale o scendere a una lauta colazione, anche English breakfast. Ed è per questo che chi scrive raccomanda caldamente di  frequentare almeno una volta al mese un bell'hotel nella propria città. Dove oziare, scrivere, esplorare un quartiere che non è il proprio. Una vacanza perfetta, poiché per raggiungere la meta al massimo si prende un tram, e un paio di calzini di ricambio stanno pure in tasca, perciò si sta leggeri. Chi scrive è andata in vacanza al Wattredici di Milano. Dove, se dici che la camera ti serve tutto il giorno perché devi scrivere, si premurano di fartela pulire mentre tu attendi al breakfast e ti riforniscono di ciabattine immacolate, perché "se scrive deve stare comoda", sorride Matteo alla reception.

venerdì 2 dicembre 2011

concorsi, svendite e regali

li propone tutti il gruppo Gems. e giunge a fagiuolo, a proposito di quella democrazia letteraria intorno alla quale in questo momento ferve il dibattito, il loro concorso "Io scrittore", nell'ambito del quale chi scrive valuta ed è valutato da altri scrittori, tutti esordienti, per poi essere eventualmente pubblicato in ebook o su carta. ricevo e diffondo il comunicato stampa relativo all'iniziativa, ovviamente più completo di queste mie note frettolose, che si può prelevare qui.