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lunedì 25 giugno 2012

l'editing di faccio testo_piccoli incontri

Piccoli incontri con grandi architetti, uscito da qualche mese, raccoglie quindici anni di colloqui che enrico arosio, storico giornalista dell'"espresso", ha intrattenuto con architetti italiani e stranieri sul senso della loro disciplina. il volume è pubblicato da Skira editore; l'editing è stato affidato a Faccio Testo. 
è un bel libro non illustrato che parla dell'architettura come manifestazione della politica e parla molto della città, una passione per il costruito che chi scrive condivide molto con l'autore. le parole di arosio:

“[…] ho sempre pensato, e questo libro vuole ribadirlo, che l’architettura è, per natura sua, un grande fatto politico. Perché la città postindustriale è il luogo dei conflitti, della densificazione, degli incroci etnici, ma anche della formazione dei giovani, e dunque del futuro. E perché ripropone il senso originario della polis ateniese. È dai tempi di Pausania, in viaggio per le città greche nel II secolo dopo Cristo, che risuona l’ammonizione: dove la città versa in degrado è in degrado l’intera civiltà che l’aveva espressa. ‘Ammesso che si possa chiamare città’, chiosa Pausania di fronte alla decadenza, “un posto senza un municipio, senza un ginnasio, senza un teatro o una piazza del mercato, senza neanche una fonte pubblica in cui scorra l’acqua’. […]  Scriveva lo scrittore satirico viennese Karl Kraus nei suoi Detti e contraddetti: ‘Si può vivere più comodamente sull’isola di Robinson che a Berlino: ma soltanto finché Berlino non esiste’. Perché riporto questa frase illuminante? Per dire che senza città noi creature del Novecento, ‘carpet crawlers’ tra drammi, scempi e sogni del moderno, non potremmo essere. La città siamo noi. Alle trasformazioni delle città italiane, ed europee, ho dedicato una certa quantità di inchieste e reportage per il mio giornale. Da Milano a Rotterdam, da Parigi ad Amburgo, da Londra a Venezia. In questo libro non compare nulla, di tutto ciò, eppure questo mio impegno affiora, io credo, a ogni angolo. Perché ho voluto scrivere, oltre a un racconto a puntate intorno a personalità creative e fascinose, un omaggio a noi uomini e donne di città, alle nostre comuni passioni. Io sono un milanese: cultura urbana pura. Rumori, luci, etnie, tamburi nella notte e notti senza stelle. E il tema città mi ha toccato il cuore sin dai miei studi universitari, da quando con le settimane per studenti stranieri organizzate dal Daad, Deutscher akademischer Austauschdienst, scoprii Berlino, nella primavera 1977, con l’angosciante stazione Friedrichstrassse, il Muro, l’arroganza dei Vopos, il muto splendore neoclassico di Schinkel, le nottate di cool jazz nell’ombroso Quasimodo, e i liberi amori di quei tempi dolci. E c’era sempre un indomani, una mattinata di sole. E, tanto per dirne uno, Bruno Taut, con le sue Siedlungen, Onkel Tom’s Hutte e la Carl Legien, mi conquistò da subito. Come la Schaubühne nell’edificio di Erich Mendelsohn. E poi ad Amburgo la Chile-Haus. A Barcellona il padiglione di Mies. E Mackintosh a Glasgow. E Terragni a Como. E Loos contro Wagner a Vienna. E la Borsa di Berlage ad Amsterdam. E i meravigliosi grattacieli déco intorno al Loop di Chicago. E il cinematografico Chrysler Building a Manhattan. E la Triennale di Muzio nella mia Milano. E qui mi fermo, ma si sarà capito: chi scrive è un novecentista mai pentito. Mi fermo perché i vecchi amori, a elencarli, diventano, insieme, noiosi e irrazionali, e partendo dalla Repubblica di Weimar potremmo precipitare, di ricordo in ricordo, fino ai templi khmer di Angkor Wat, dove edifici millenari sopravvivono alla forza divorante della giungla. O magari alla Villa imperiale di Katsura nel lontanissimo Giappone, dove finiremmo storditi dal tambureggiare della pioggia sulle foglie.”

ed ecco, tratta dall’intervista a rem koolhaas, la descrizione della casa ideale da parte di un signore che aveva capito tutto dei rapporti di convivenza:

“Un giorno venne da noi un signore che voleva una nuova casa in Olanda. A due condizioni: odiava il disordine, per cui chiedeva molto spazio per immagazzinare, nascondere; e odiava il casino familiare, quindi ciascuno doveva poter stare separato dagli altri e solo se necessario incontrarli in una zona comune.”

mercoledì 2 novembre 2011

l'editing di faccio testo_georges de la tour

nell'ambito della ormai tradizionale mostra da-novembre-a-natale patrocinata e finanziata da eni a milano (palazzo marino, sala alessi, 26 novembre - 28 dicembre 2011) arrivano dal Louvre due opere di Georges de La Tour (1593-1652), l'Adorazione dei pastori e San Giuseppe falegname. i quadri sono splendidi, la mostra è gratuita (prevedonsi lunghe file) e l'editing del catalogo in italiano, francese e inglese, in preparazione presso skira editore, è stato affidato a faccio testo. 
di seguito, un gustoso branetto in anteprima da un saggio nel volume, La caccia in Francia nel XVII secolo, di Paolo Galloni.
"La caccia nobile presumeva la raffinatezza e i cerimoniali. I trattati seicenteschi descrivono con cura dei particolari l’abbigliamento più consono al cacciatore. Le battute di caccia parlavano tanto il linguaggio della foresta quanto quello della corte: la veste doveva essere di tessuto rosso del Berry, resistente all’acqua, il corno di media grandezza con l’imboccatura d’argento per i nobili e d’oro per il re, la spada corta e, culmine della raffinatezza e della compenetrazione tra caccia e allusioni erotiche, il cacciatore doveva ornare il cappello, a falde larghe, con una corda fatta dei capelli intrecciati della sua dama e con la seta del colore da lei prediletto."
Georges de La Tour, San Giuseppe falegname, 1640
Georges de La Tour, Adorazione dei pastori, 1644

sabato 8 ottobre 2011

l'editing di faccio testo_malick sidibé

Malick Sidibé
Malick Sidibé è un fotografo maliano eccezionalmente dotato per i ritratti, che in Mali è nato e in Mali da sempre risiede, nel suo laboratorio di Bamako. A breve su Malick sarà pubblicato un libro con testi di Sabrina Zannier, Laura Serani e Laura Incardona, per i tipi di Skira editore. Il volume sarà presentato a Venezia il 26 novembre, presso la Fondazione Claudio Buziol. L'editing del libro, in italiano, inglese e francese, è stato affidato a Faccio Testo.

Dice Laura Serani: " La fotografia africana – per quanto, considerate le tante realtà del continente, sia difficile generalizzare – si è ... sviluppata in molte altre direzioni, dalla fotografia documentaria a quella creativa, con una presenza crescente sulla scena africana e internazionale, grazie a varie iniziative tra le quali, manifestazione più importante di tutte, i “Rencontres de Bamako”, la biennale africana dell’immagine creata nel 1994. 

...
Memoria visiva del Mali, Sidibé ha ritratto senza sosta la società maliana a partire dai primi anni sessanta.

Facciamo un passo indietro.

1960: la maggioranza dei paesi africani, dopo il Ghana nel 1957, ottiene l’uno dopo l’altro l’Indipendenza. Il 22 settembre il Mali, ex Sudan francese, proclama l’indipendenza, rompe con la Francia e si orienta verso i paesi socialisti.

Come in tutto il continente africano, la libertà conquistata alimenta grandi speranze di sviluppo economico e progetti di unione panafricane. L’avvenire è tutto da costruire.

La gioventù è in prima linea, il sentimento di libertà invade la sfera privata, dai grin1 di quartiere nascono i club, la musica europea e americana fa da colonna sonora alla trasformazione della società. Si balla notte e giorno, nei surprise parties, le surpat’, nei cortili delle case, all’aperto nei bals poussière, o in occasione dei pic-nic domenicali organizzati sulle rive del Niger, al ritmo dei 33 giri importati, della chitarra di Kar Kar o del suo famoso Mali twist diffuso da Radio Mali, la radio dell’indipendenza.
Una Venere ska di Malick Sidibé, fotografata di spalle


Allora giovane reporter, Sidibé diventa il fotografo della gioventù dell’indipendenza e un testimone attento del cambiamento.

Nel corso degli anni, nel suo studio è passata tutta Bamako; non c’è festa a cui Malick non sia invitato. “Prière de nous honorer de votre présence”: dalla sua presenza, come da quella del suo amico Garrincha, grande collezionista di dischi e disc jockey ante litteram, ne dipende la riuscita. Troppo timido per ballare ma impareggiabile nel rendere twist, slow e rock and roll in immagini, Malick Sidibé segnala il suo arrivo con un colpo di flash e alterna snapshot e ritratti in posa, seguendo il ritmo delle serate." 

Ditemi voi se l'allure di questi ritratti non restituisce un inequivocabile, intenso profumo di ska.

 

giovedì 6 ottobre 2011

mercoledì 21 settembre 2011

l'editing di faccio testo_renzo ferrari

È in uscita per i primi di ottobre il volume Renzo Ferrari - Opere 1990-2010, per i tipi di Skira editore, con la curatela di Francesco Porzio: Faccio Testo ne ha curato l'editing. L'artista è nato nel 1939 a Cadro (Lugano). A incontrarlo di persona è un tizio alla Bukowski, piuttosto sulfureo: bestemmia senza remore e infiora volentieri il proprio eloquio di gros mots.
Renzo Ferrari durante la riunione in casa editrice per il controllo del menabò del suo libro
Indossa uno di quei gilet che chi scrive adora ma non ha il coraggio di comprare per sé, nelle cui tasche custodisce i suoi moleskine, straripanti di appunti e di schizzi, bellissimi da vedere.
I moleskine che abitano le tasche del gilet di Renzo Ferrari
Scrive il curatore nella sua premessa: "Nelle sue opere migliori  l’artista sembra incarnare le “interfacce” multiple e frammentate del flusso mediatico che ci avvolge in un’esperienza viva e contraddittoria, e perciò di significato umano ben più ampio. ... Non c’è dubbio che Ferrari giunge a questo risultato grazie a una ferrea tutela della libertà e della freschezza dell’immagine. Quest’ultima è il frutto di un’improvvisazione controllata, alimentata ('scaldata') dall’esercizio preliminare del disegno." 
Renzo Ferrari, Stanza rossa, 1997
Renzo Ferrari, Stanza verde, 1997
E questa è la voce dell'artista a proposito delle due opere qui sopra, pubblicate nel libro (qui i colori risultano spenti, mentre gli originali sono infinitamente più sanguigni) : "In quel momento aspiravo alla 'réalisation'. Qui significa essere al contempo liberi e precisi, mantenere la freschezza dell’immagine. Forse c’è l’esempio di Matisse, un pittore che non è mai 'sudato' (Picasso lo è di più), che non s’inceppa. Da lui, e anche dai suoi scritti, ho appreso la libertà dell’espressione. Matisse comincia con lo schizzo a fusain, poi ne fa un altro molto 'giapponese' e automatico a penna, cioè parte dal modello retinico ma poi quando arriva alla pittura va in assoluta libertà e souplesse, è il quadro che lo conduce. Questa è la libertà dell’artista. L’artista può anche partire da un elemento di cronaca, ma poi il linguaggio deve avere una sua purezza nell’arrivare allo scopo, nel comunicare in modo profondo e non illustrativo l’esperienza dell’immagine. Ecco, questi due quadri forse testimoniano un risultato fresco del mio lavoro, dove non si sente più il sudore, la fatica nell’acquisire che avevo prima. Attenzione però, perché se la facilità diventa un partito preso si scade subito nel manierismo. Se una cosa la sai già fare allora non ha più senso, non è più avventura."
Al lavoro nel suo atelier
 

sabato 17 settembre 2011

faccio testo: il service editoriale che segue le tue parole

l'editing di faccio testo_roberto ciaccio

Si inaugura martedì 20 settembre alle 18, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, la mostra delle opere di Roberto Ciaccio, "Inter/vallum". L'editing del catalogo, in edizione bilingue italiano e inglese, è stato curato da Faccio Testo per Skira editore. 
Roberto Ciaccio negli uffici di Skira editore

L'artista alle prese con la rilettura di un testo

Tra i saggi in catalogo, anche uno scritto di Remo Bodei, dal quale traggo il testo che segue: 

"La pittura di Roberto Ciaccio è, insieme, 'melodica' nella successione degli spazi, delle forme appena accennate e dei colori, e 'armonica' nel mostrare, secondo le diverse angolature dello sguardo e le diverse quantità di luce dell’ambiente, sfumature diverse e iridescenti negli stessi punti e luoghi. Nelle lastre l’armonia arriva, con i riflessi, a includere anche lo spettatore, a farlo diventare attore di una rappresentazione che lo impegna nel decifrare le minime variazioni, che lo fa precipitare in un altro tempo o in un altro luogo, in tempi e spazi qualitativi di meditazione e di scoperta di leibniziane piccole differenze. È come se, 'bucando' la superficie del quadro, ciascuno incontrasse un altro, provvisorio sé stesso, diventato più sensibile e più perspicace nel coinvolgente sforzo di vedere oltre il visibile e di capire come in uno spazio fisico così ristretto e in un tempo cronologicamente così limitato sia potuto riemergere in un altro mondo."

La mostra chiude il 20 novembre 2011. 

l'editing di faccio testo_il belpaese dell'arte

Faccio Testo è il microservice editoriale di chi scrive: il profilo completo dei servizi offerti a editori  e altri committenti è qui
E adesso, pubblicità.
Il  27 settembre si inaugura, alla Gamec di Bergamo, la mostra "Il Belpaese dell'Arte. Etiche ed Estetiche della Nazione". Tra le opere esposte, una bellissima di Gino De Dominicis,  Compagni di scuola, una sorta di facebook ante litteram risalente al 1966. Mostra e catalogo sono a cura di Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini; l'editore è Nomos. L'editing del catalogo è stato affidato a Faccio Testo.

Gino De Dominicis, Compagni di scuola, 1966


Dal saggio, molto divertente, di Giacinto di Pietrantonio, intitolato Un po’ di Bel Paese e un po’ no di sotto e di sopra del Po e firmato "Un po’ di Giacinto e un po’ di Di Pietrantonio": 

"Un po’ di anticipo
Dove iniziare a cercare l’ITALIA nel tempo delle mappe satellitari, nell’era del digitale, nel mondo del virtuale che ha tutto connesso, tutto fluidificato e che in questo modo sta riscrivendo la cartografia territoriale, sociale, politica, culturale, umana dell’esistente e dell’esistenza, se non in rete?
Per cui alle 19,30 del ventuno giugno scrivo la parola ITALIA sul motore di ricerca Google e alla velocità di connessione di un tredicesimo di secondo ottengo 1.220.000.000 di voci relative all’ITALIA. Un miliardo e duecentoventimilioni sono una enormità in continuo aggiornamento e sicuramente difficile da gestire, da approfondire, ma serve a dare l’idea dell’estensione info-significante del nostro Paese. Tuttavia, mi rendo conto che anche con l’aiuto della tecnologia è sicuramente molto difficile fare un ritratto dell’ITALIA, che si sta riscrivendo in rete modificando comportamenti, aspirazioni, aggregazioni, definizioni, insomma certezze. Soprattutto, rete e non, è difficile mettere tutti d’accordo, perché, anche se l’ITALIA è una e unica, ognuno ha la sua idea dell’ITALIA.

Un po’ di universale
Tuttavia un po’ di accordo sull’ITALIA c’è.
È una nazione fatta di tanti caratteri.
È un Paese di moltissimi campanili.
È un territorio dalla geografia molto diversificata, regionale, provinciale, di più: comunale e rionale.
È locale nel tempo del globale, che, a detta di Warhol, è ciò che rende universali.
E non c’è dubbio che l’ITALIA è universale.
È universale perché tutti sono d’accordo sul fatto che l’ITALIA è il Paese del Bel Paese.
Un po’ di accordo c’è anche sulla volontà di non nascondere che in questo Bel Paese ci sono pure cose che non vanno, come avvertiva Pasolini negli anni settanta conversando con Moravia sulla spiaggia del Circeo e sotto i portici della bella piazza dechirichiana di Sabaudia. Oggi questa piazza, come tante altre, è un luogo borderline in odore di camorra che si muove dalla Campania al Lazio e oltre. E da qui al mondo globalizzato, come ci aggiorna Saviano pasoliniano in Gomorra, il cui paesaggio delle vele di Scampia, oltre al regista Matteo Garrone, ha ispirato video e foto del viaggio in ITALIA del tedesco Tobias Zielony. Questo e altro fa sì che oggi ci sia anche chi non crede che l’ITALIA abbia un senso, che non sia più un Bel Paese, ma sia diventato un po’ un Bel Brutto Paese."

La mostra è aperta fino al 19 febbraio 2012.