giovedì 3 novembre 2011

in fuga dal dottor shivaji

trascrivere dal parlato in una lingua che non è la propria madre implica naturalmente la conoscenza di quella lingua, un’allarmata flessibilità e un costante terrore di non comprendere tutto, ancor più quando gli argomenti di cui si parla non sono parte del background culturale del trascrivente.
così chi scrive ha trascorso alcuni degli scorsi giorni a trasporre otto ore di congresso, nel corso del quale si avvicendavano gli interventi di relatori da tutto il mondo – lingua franca ovviamente l’inglese –, dotati degli accenti più diversi, alcuni praticamente incomprensibili. gli argomenti erano lo sviluppo sostenibile, la gestione dell’acqua, la sanità lombarda con particolare riferimento alle cure per il cancro e le bio-banche.
sono state ore lunghe e dure, nel corso delle quali, inseparabile dal computer e dagli auricolari per necessità, chi scrive ha imparato, sia pure tra indicibili sofferenze (perché dopo ore e ore in quelle condizioni la testa, letteralmente, ti frigge), che un lavoro per molti aspetti ingrato (hai voglia a cercare i software speech to text: in questo caso ci vuole proprio l’essere umano) può essere assai utile come esercizio di pazienza e di profondità. quando si trascrive, per non tralasciare nulla, è necessario fermarsi spesso e tornare indietro – perciò si procede lentamente; bisogna fare ricorso a quello che si sa e immaginare quello che ancora non si sa, e collocare il tutto in un contesto di coerenza. e siccome l’intera cosa attiene molto all’artigianale, quando alla fine dai tuoi sforzi nascono cartelle e cartelle di testo verosimile, comprensibile, sensato la ricompensa è grande e tangibile e appagante assai. l’unico elemento funesto in questa avvincente esperienza è stata la presenza del dottor shivaji, il delegato del maharashtra. non posso descrivere il terrore che mi coglieva all’annuncio del coordinatore della tavola rotonda “and now i’m pleased to give the floor to mr. shivaji”, che precedeva una decina di minuti di calvario causato dal tentativo di rincorrere le parole del gentiluomo indiano, che a loro volta si rincorrevano nella sua cavità orale, sovrapponendosi, mangiandosi velocissime, rotolando nell'aere. quelli erano momenti in cui nel maharashtra sarei voluta fuggire io. non prima di aver soppresso il dottor shivaji.

albanacco_walker evans






compirebbe oggi 108 anni walker evans, il padre nobile di “cosedalibri”.

temo, con la pubblicazione di queste immagini, di aver violato la legge sul copyright non so quante volte, ma ne valeva la pena.
 

bookfast (writers for breakfast)_twain

CLICK ON THE PIC
Quanto più Tom tentava di concentrarsi sul libro, tanto più le idee se ne andavano a zonzo. E così, infine, con un sospiro e uno sbadiglio, egli rinunciò. Gli sembrava che l’intervallo di mezzogiorno non arrivasse mai. L’aria era completamente immobile, senza un solo alito di brezza. La giornata trascorreva più lenta e monotona di tutte le altre monotone giornate. Il mormorio cullante dei venticinque scolaretti intenti a ripassare la lezione assopiva l’anima stessa come l’incantesimo che si cela nel ronzio delle api. Lontano, sotto il sole fiammeggiante, Colle Cardiff si levava, con i suoi morbidi fianchi verdeggianti, attraverso un velo baluginante di calura colorato dal viola della distanza; alcuni uccelli galleggiavano su pigre ali, alti nell’aria; non si scorgeva nessun’altra creatura viva, tranne alcune mucche, e le mucche dormivano.
Il cuore di Tom anelava alla libertà, o almeno a qualcosa di interessante da fare per ingannare il tempo interminabile. Infilò la mano in tasca e la faccia gli si illuminò di un bagliore di gratitudine che era qualcosa di simile a una preghiera, sebbene lui non lo sapesse. Poi, furtivamente, la scatoletta delle capsule saltò fuori. Egli liberò la zecca e la posò sul banco lungo e piatto. In quel momento, probabilmente, anche nell’insetto dilagò una gratitudine equivalente alla preghiera, ma si trattava di uno stato d’animo prematuro; infatti, quando la zecca cominciò, esultante, a viaggiare, Tom, servendosi di uno spillo, la costrinse a girarsi dall’altra parte e a seguire la direzione opposta.


mercoledì 2 novembre 2011

inclinazioni

Reduce da una festa marocchina organizzata da un suo illustre amico di Marrakesh, nel corso della quale gli ospiti erano stati allietati da un centinaio di scatenate danzatrici locali, Winston Churchill scrisse alla moglie Clementine: "... mi auguro che sia l'ultima per molto; mi sento più incline ai Ballets Russes".

se posso esprimere un pensiero un po' da diario intimo,

per quanto adori il mio macintosh sono stufa marcia dei tasti. mi assale un'incontrollabile voglia di carta, di matite, di disegno e scrittura a mano.

bookfast (writers for breakfast)_boccioni

CLICK ON THE PIC

26 luglio [1907]
Oggi ho lavorato un po’ più. Il sole mi fortifica e mi dà forza. Una punta secca su la quale speravo molto non è riuscita nella stampa. Mi ci vorrebbe un torchio. Zezzos va a Parigi. S’impantana sempre più nel commercio secondo il suo modo di vedere. Ho cominciato un’altra punta secca, un giovane nudo pronto alla corsa. È abbastanza buona ma debole debole. Ho continuato il ritratto a Mamma. Anche questo non è nulla di ciò che sogno. E mai ho sperato come ora di eseguire quello che vedo e sento. Mi mancano i danari e la pace. Mi si sviluppa sempre più la capacità alla solitudine; la compagnia e il passeggio mi tediano. O lavorare o leggere. Ma quando ho lavorato mi è impossibile non continuare l’idillio con gli utensili e gli oggetti della mia Arte adorata. Preferisco al leggere stare in mezzo ai miei arnesi pulire, raschiare, ordinare, preparare... Affilare le armi! !... E poi cosa sarà? Riuscirò? Sarò e farò qualche cosa. Il perché di tutto questo? 
È un buon segno l’indifferenza assoluta che s’impossessa di me verso la donna salvo in dati periodi in cui il maschio di 24 anni si fa sentire? È buono ch’io non senta in me né il desiderio né la facoltà di amare? È buono che non senta nel mondo nessun legame nessun affetto assolutamente, salvo molto (il massimo ch’io possa) per mia Madre e mia Sorella? È buono il desiderio di restar solo? Sono abbastanza profondo per viver solo o ho paura della forza degli altri? Perché fuggo gli artisti e gli altri che sembra lottino come me?
 

mascalzone, birbante, imbroglione, in una parola ludro

Georges de La Tour, Baro con asso di quadri, 1620
 
E sempre a proposito del libro su Georges de La Tour desidero menzionare un altro degli autori dei saggi in catalogo, Mauro Di Vito: un giovane storico dell’arte, la cui prosa totalmente flamboyante riconcilia con la nostra bella lingua, incanta e mette una voglia pungente di tornare su Manganelli e Gadda. Si parla del Baro, a proposito del quale Di Vito ipotizza che nel quadro compaia l’autoritratto del pittore, e così dice:
 “La dama assisa, dal copricapo porporino impiumato, chiede del vino alla coppiera: forse è un diversivo per distrarre l’altro bellimbusto, che sta per essere palesemente minchionato; più che mai vanesio e azzimato, egli succhiella una carta, tirandola su, da sotto alla prima, a poco a poco, per assaporare l’emozione, la Spannung nello svelamento di quella avuta in sorte. L’altro, invece, è lì, ludro, e quasi ci traversa con un’occhiata felina, baffettuzzi biondi e pizzetto rado, occhi taglienti coi quali infilerebbe un ago al buio, e mentre bindola il vanesio cicisbeo che ha di fronte, ci risucchia indietro nel tempo, fino al 1632, come se fosse vivo davanti a noi, a farci suoi complici.”
Cerco “ludro” e ne trovo menzione sull’“Edinburgh Journal of Gadda Studies” (per inciso: date un’occhiata, nel sito, al Pocket Gadda, è fatto benissimo ed è utilissimo), che mi dice:
 “M 533 [AG 618] Il tono de’ primi propositi era il pittoresco-popolareggiante: “quel porco” o “quel ludro” […] dare del porco all’Imperatore, e poi subito dopo niente niente del ludro non significa forse amare la patria?; Sdc 384 [CdD 51] se quel ludro non sapeva neanche lui dove andare?; –•– An 234 Ma dov’è questo ludro d’un cavatappi?; RaI 1031 si trattava di un centinaio di ludri carichi di famiglia di miseria e di malumore.
«mascalzone, birbante, imbroglione»; dal ted. luder, «carogna», portato in Italia settentrionale dalle truppe austriache (Panz. per cui è v. veneta e lomb. e significa «astuto e birbante nel tempo stesso»). GDLI reca rari es. tra cui Svevo, RSP, 1, 15: «Una figura ludra el deve esser de zerto», che att. la presenza del t. nel dial. veneto (per cui cfr. anche Mengaldo 1987a: 172 con un rimando al Boerio); Bacchelli e Gadda (M 533). Consuona però con il mil. luder, per cui cfr. Banfi e Ang. che precisa: «astuto, in senso piuttosto cattivo, si dice dal nostro popolo anche in senso non tristo per indicare chi sia fortunato nelle sue imprese», ma vale anche per «birba, birbante», ed è «riferito anche a cose» (e vd. ad es. Cagna, AC1 185: «Ghe l’ha propri con mi sto luder!»). L’uso gerg. è att. anche da Ferrero: «briccone, furfante»; cfr. infine la n(M) 712 in CdD 51.”

Nel caso voleste vederla, l'opera è conservata al musée du Louvre.