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mercoledì 9 novembre 2011

urgentissimo imprescindibile

il 12 novembre, alle ore 17, si va qui. ci incontriamo?

martedì 12 gennaio 2010

lettori e scrittori sul tram numero due (e l'immigrato vladimir)

oggi sul tram numero due è proprio una cuccagna. il signore col cappello marrone, da gnomo mediorientale, scrive scrive scrive – ogni tanto leva lo sguardo e pensa, per poi tornare a scrivere. e scrive alacremente, un comune bloc notes appoggiato sulle gambe e una comune corvina gialla con cappuccio blu (ma perché non ha comprato una bic, che scorre meglio?). non conosce ancora, lo sprovveduto, l’esistenza del travelling desk (vedi post di ieri), un oggetto che potrebbe cambiare la sua esistenza. ma la star del tram è il ragazzo a sinistra, un pallido esemplare con pallida barbetta malcresciuta che legge, dio lo benedica, traditori di tutti di giorgio scerbanenco, secondo romanzo della serie che vede come protagonisti duca lamberti e milano.

giorgio scerbanenco, che nasce vladimir di primo nome, da padre ucraino trucidato in russia durante la rivoluzione e madre romana, è proprio l’immigrato che ogni nazione progredita vorrebbe accogliere: impossibilitato a completare le scuole (manco le elementari, finisce), studia come un pazzo, scrive, passa da un lavoro all’altro per poi fermarsi a quello editoriale. qualche considerazione, dalla sua stessa voce:


“Sono nato in Russia. Mio padre era russo, mia madre romana. A sei mesi di età mia madre mi riportò qui in Italia e qui crebbi, e la mia lingua madre fu l’italiano, e non ho poi più saputo altre lingue. Verso i diciotto anni diventai straniero, qui a Milano. Fino ad allora ero vissuto a Roma, in mezzo alle mie cugine, parlavo romanesco come loro, loro lo sentivano che io ero italiano, mia madre era la loro zia, dicevamo le stesse parolacce. […] Mio padre lo avevano fucilato in Russia i comunisti, ma dal modo come ne sentivo parlare dalla mamma […] sembrava un italiano anche lui. Più tardi ho imparato che gli ucraini, e mio padre era ucraino, sono i latini di Russia […]

D’improvviso, appena arrivato a Milano […], divenni straniero. Fuori dalla mia famiglia, in una città dove nessuno mi conosceva, rimaneva soltanto il mio nome, che era Vladimir Scerbanenko. Lei è russo? Rimanevo incerto. Cominciavo a spiegare ansioso: sono nato in Russia, ma ci sono stato solo fino a sei mesi di età, mia madre era italiana. […] Più tardi trovai anche un tipo di sinistra che mi chiese duro se mi vergognavo ad essere russo, visto che insistevo tanto a spiegare che ero italiano. Gli avrei messo la testa in un cassetto e poi chiuso con forza, perché questo capiva ancora meno degli altri. […]”


poi vladimir/giorgio trova un’occupazione presso la croce rossa:


“Nella caserma della Croce Rossa […] passavo le giornate leggendo e scrivendo, fra un servizio e l’altro. Di giorno non c’era quasi niente da fare […] Ma di notte la città cominciava a smaniare. […] Un’altra notte andammo a prendere un ubriaco alla guardia medica […] fu un’impresa metterlo in barella e caricarlo sull’autoambulanza: non ho mai visto niente di più vivo, di più sfrenato di quell’ubriaco. Diverse volte, poi, ho tentato di mettere nelle mie novelle qualcuno di questi avventurosi episodi, ma venivano ‘falsi’. Nelle novelle la verità sembrava una stonatura. […]”


poi zavattini, da rizzoli, gli accetta una novella e giorgio va all’incontro indossando una camicia ma non una cravatta:


“Così vestito facevo molto futuro scrittore, sembravano tutti convinti che io avessi grandi possibilità, e dopo qualche tempo fui assunto in redazione. Ero in un giornale, gli inizi erano finiti. […] Ero arrivato fin lì dopo troppa, troppa miseria. […] La miseria avvilisce, per lo meno a me rimpiccolisce, e chi scrive, invece, non deve aver timori, e deve vedere in grande”.


e a guerra finita, al ritorno dalla svizzera:


“Arrivai a Milano senza un soldo e che sparacchiavano ancora […] Ma questa volta avevo molti amici a Milano, Milano mi era già amica […] Avevo già passato i trent’anni e avrei dovuto imparare qualche cosa da quello che mi era successo. Ma solo più tardi imparai che non s’impara quasi mai niente. Noi rimaniamo sempre gli stessi. Le esperienze della vita […] ci impolverano un poco […], ma basta soffiare su quel po’ di polvere perché noi ritorniamo tali e quali eravamo prima di ogni insegnamento. Così continuai a commettere gli stessi errori. Per fortuna, lavorando quattordici, sedici ore al giorno, scrivendo quattro, cinque romanzi e centinaia di racconti all’anno, avevo poco tempo per commettere errori. Ma ne commettevo sempre.”


da Giorgio Scerbanenco, Io, Vladimir Scerbanenko, appendice a Venere privata, Garzanti, Milano 1990.


è un brano lungo, e forse l’ho riprodotto illegalmente. ma ne valeva la pena.


martedì 5 agosto 2008

i milanesi leggono al lunedì





si presume che questi milanesi non siano quelli che il sabato precedente si sono dedicati agli ammazzamenti, sebbene, tra coloro i quali stazionavano beati alla feltrinelli di corso buenos aires, milano, tra le 17:29 e le 18:27 di lunedì 4 agosto, ci fosse una ragazza – shorts verde militare, dr. martens viola e rossetto in inquietante nuance con le dr. martens – la quale in cima alla pila di libri che stava consultando aveva collocato Il libro nero dei serial killer e La lunga marcia di Stephen King. a onor del vero bisogna aggiungere che la pila comprendeva anche La confraternita dell’uva di John Fante, Atti insensati di bellezza di George McKay, La politica del ribelle di Michel Onfray, le Poesie di Pierpaolo Pasolini. questa piacevole ragazza, che si è fatta fotografare volentieri, ha sfatato in un attimo due luoghi comuni: 1. in agosto a milano non c’è nessuno; 2. i giovani non leggono. adorabile.
mentre proseguo la mia flânerie per i corridoi della libreria incrocio un’addetta che porta in braccio con destrezza un mucchio incredibilmente alto di copie della Fabbrica degli angeli, di cui non so nulla.
davanti agli scaffali dei libri in classifica noto una coppia assai glamour, lui molto di più: indossa una maglietta nera, ha le braccia decorate da una serie di accurati tatuaggi e porta un cappelluccio alla lapo elkann. i due esaminano una copia della Solitudine dei numeri primi. non è che stanno per lasciarsi?
poco più in là una solida signora con gilet lungo aperto e maglietta a righe variamente colorate si aggiudica una copia dei Racconti di Montalbano di Camilleri. è un bel libro solido come la signora, rilegato in brossura olandese (quella delle guide touring, per intenderci, una specie di cartonato moscio), che non si rovinerà neanche dopo ripetute letture sulla sdraietta da spiaggia. o forse è una brossura semplice, nel qual caso mi scuso.
mentre mi dirigo verso lo scaffale della critica letteraria vengo folgorata dalla donna ideale, quello che vorrei diventare quando sarà cessata la pressione dei sensi e dunque la contraddittoria spinta a mantenersi asciutti e scattanti: una splendida signora distrattamemente sovrappeso in total black, con un fascio di libri tra le braccia, intenta a scrutare lo scaffale dell’informatica: non riesco a spiare tutto, ma il primo titolo che appare è L’arte della gioia di Goliarda Sapienza.
un avvenente giovanotto in jeans e camicia bianca, nato senza dubbio dopo il 1970, sfoglia con interesse la graphic novel Tutta colpa del ’68; un tale in maglietta celeste e pantaloni beige, nella sezione arte, consulta libri sul novecento e incrocia il mio sguardo mentre lo osservo per carpire i suoi gusti. mi coglie nel tentativo di fotografarlo col cellulare: vedo la sua perplessità trascolorare decisamente in sospetto. vorrei spiegargli che non sono una folle maniaca, poi decido di non peggiorare le cose e mi allontano.
passo davanti alla poltrona del dormiente. questo è davvero singolare: in qualunque stagione, in qualunque giorno, in qualunque condizione atmosferica, chi si reca alla feltrinelli di corso buenos aires può immancabilmente osservare il pacifico sonno di un degno gentiluomo albocrinito che dorme, libro in grembo, in un’accogliente poltrona di similpelle nera. capita anche di vederlo assorto nella lettura, quindi non si può pensare che usi la libreria come luogo alternativo per le sue pennichelle: è evidente che alla feltrinelli questo signore si sente a suo agio quanto a casa propria. egli rappresenta l’estremo compimento del concetto di libreria/caffè/punto di sosta/punto di incontro, che completa aggiungendo un elemento di legittimo riposo dopo tutte queste attività.
uno sguardo alla sezione ragazzi rivela che in realtà anche i cinesi leggono al lunedì: una famigliola, madre e due figlie, commenta in buon italiano i libri acquistati. salgo a pagare il mio Nick Hornby, Come diventare buoni (quel diavolo di un uomo riesce a scrivere alla prima persona nei panni di una donna che vuole divorziare dal marito ma è in preda a mille dubbi, ed è bravissimo. sentite questa descrizione: “Siamo il nucleo familiare perfetto. Mangiamo insieme, facciamo giochi istruttivi invece di guardare la televisione, sorridiamo un sacco. Temo di poter ammazzare qualcuno da un momento all’altro.”).
ritorno sul tram numero 5 (il numero 2 è purtroppo fuori rotta). una signora proprio accanto a me legge una vecchia copia della Selected Prose di T.S. Eliot, con un’introduzione di Frank Kermode, che mi fa istantaneamente pensare ai lontani anni dell’università. in grembo la signora porta anche un fascio di fogli consunti raccolti sotto una copertina di carta rossa fiorata, altrettanto consunta, che suscita la mia curiosità. nonostante i miei sforzi non riesco a capire cosa siano esattamente. certo sanno di usato, usatissimo. taccuino per appunti? tentativi di poesia? la signora scende alla stazione centrale lasciandomi in preda al dubbio.