mercoledì 11 marzo 2009

massimo rispetto

prima di entrare in argomento devo dichiarare la mia predilezione per il pop, che sia espressione visiva, letteraria, musicale. e per pop non intendo solo quello nobilitato e santificato dai libri su questa rivoluzionaria avanguardia degli anni sessanta, le marilyn replicate eccetera. intendo il pop pre-intellettuale, quello non ancora cosciente della sua codificazione.
per farla breve, ho adorato la canzone che i gemelli diversi hanno portato a sanremo.
normalmente mi verrebbe da sottolineare qualche lieve sgrammaticatura, censurerei la retorica e la melassa, sosterrei che il rap/hip hop/qualunque cosa sia italiano è una scopiazzatura bella e buona, ma com’è, come non è, questi gemelli diversi mi sono “arrivati”, come usano dire i discografici invitati a dispensare i loro giudizi ai talent show.
al confronto, poniamo, con quelle di marracash – un altro giovinastro rapper italiano, contemplatore del suo ombelico – che, si spera, cesserà presto di raccontarci quanto è stato duro crescere alla barona e di narrarci particolari su qualche equivoco scambio di bustine vicino a casa sua, la canzone di Strano, Grido, Thema e THG gode di un respiro ecumenico, spazia tra pianure più ampie. i nostri non mancano di citare, accanto al barbone affamato morto in un prato, il nonno del cantante, di cui si dice che ha disertato il duce; molte madri in difetto organizzativo, poi, si riconosceranno in quella attaccata alla bottiglia del verso tredicesimo. in questa preghiera rap in cui è costante, come mi fa notare una collega filosofa, il riferimento alla teodicea, si parla di molti e molto degli ultimi (ma non solo di quelli che sono nati in qualche quartiere depresso e firmano sui muri).
dal punto di vista della coreografia ho apprezzato molto anche il didascalico medio levato in alto in sincronia con il vaffa all’indirizzo del datore di lavoro (verso sesto dopo il primo ritornello), nonché lo chignon di stile giapponese del gemello che intona “ce l’hai un attimo per me?”, completato da un bel paio di grossi orecchini di perle. e mi piace anche l’effetto metallico conferito al ritornello, a temperare ciò che in altra forma potrebbe apparire come la petulante richiesta di aiuto emessa con voce standard da qualche mendicante di professione.
e insomma sì, cedo un pochino al sentimentalismo e dico che Vivi per un miracolo mi piace, mi piace proprio, perché mi fa pensare a mio nonno antifascista e a mio padre sindacalista (poi la tessera l’ha strappata, ma questa è un’altra storia) – non dirò in questa sede se mia madre si attaccasse alla bottiglia.
ho messo la canzone nell’ipod, e quando la canto a squarciagola con mia figlia, alla mia bella età, mi scappa pure il corno rap.

martedì 10 marzo 2009

milano città di libri 6 - libreria del corso

davide lagiannella è il giovane libraio proprietario della recentemente trasferita libreria del corso, che dall’inizio del 2008 novembre abita in corso buenos aires 49. in questa grande libreria di varia, in cui prevalgono numericamente i volumi di narrativa, lavorano otto persone tra cui, oltre alla direttrice, una signora che vende libri da quarant’anni e una giovane responsabile della sezione ragazzi, che ha fatto un gran bel lavoro nell’ampio spazio dedicato alle giovani generazioni di lettori.

1. perché lei fa il libraio?
Faccio il libraio per una sorta di destino di famiglia e come sbocco naturale del mio percorso di studi classici; è peraltro un destino che condivido e che si unisce alla mia passione per i libri e al mio amore per la lettura. A questo piacere per la parola scritta si aggiunge, da un punto di vista più prosaico, il piacere commerciale dei conti che tornano. Quella dei conti è una parte importante della nostra attività: Milano è una città operosa, e in quanto tale popolata da persone che non indugiano in libreria per molto tempo, perciò è necessario mettere in atto strategie sempre nuove per attirare clienti.

2. qual è la parte del suo lavoro che le procura maggiore soddisfazione?
Senz’altro il rapporto con i clienti, al quale dedico molto spazio. Dato che sono ufficialmente libraio da soli sette anni (ho cominciato l’11 settembre del 2001 e per due settimane pareva che il mondo dovesse finire; di fatto questa è la prima libreria di cui ho assunto la piena gestione: da studente avevo sempre dato una mano nei fine settimana, ma nulla di più), bado a costruire buone relazioni con il pubblico: ho cominciato da qualche tempo a essere riconosciuto in quanto figura di riferimento e vado avanti con profitto. Capita anche, con diversi clienti, di arrivare a rapporti personali, che esulano dalla relazione commerciale. In questo particolare momento della mia vita professionale vivo una grossa gratificazione per il lavoro ricompensato dopo mesi di pianificazione per il cambiamento di sede; è piacevole seguire personalmente la crescita della struttura.

3. quanto conta il consiglio del libraio per chi frequenta la sua libreria?
La libreria è strutturata e umanamente attrezzata proprio per favorire il rapporto di chi desidera consiglio e orientamento. i nostri collaboratori sono tutti preparati e godono di un’alta anzianità lavorativa a garanzia della loro competenza. Nel negozio i libri sono ordinati per editore, e questo facilita la ricerca di chi vuole muoversi autonomamente. Il settore ragazzi è quasi una libreria nella libreria, uno spazio autonomo pensato con grande attenzione perché i piccoli si possano muovere a proprio agio tra i volumi.

4. quali sono le iniziative che lei mette in atto o conta di intraprendere per coltivare, aumentare, consolidare il numero di lettori che si rivolge a lei?
La nostra attività di promozione avviene per il momento attraverso comunicazioni periodiche alla nostra mailing list di clienti; è in fase di allestimento il sito web della libreria e utilizziamo le vetrine su strada per pubblicizzare presentazioni e altre attività. Un altro strumento di attrazione è il nostro periodico trenta per cento di sconto su tutti i libri, che pratichiamo normalmente nella prima quindicina di agosto e poi a febbraio [su questo temo che altri librai avrebbero qualcosa da eccepire, chi lo desidera può commentare, n.d.a.].

5. qual è la sua proposta (o il suo sogno) per rendere Milano una “città di libri”?
Puntare sui più giovani: sogno di vedere meno ipod alle orecchie dei ragazzini e più libri nelle loro mani; favorire la lettura a tutti i livelli, anche attraverso iniziative comune, che superino diffidenza, rivalità e invidie tra quelli che fanno il mio stesso mestiere. E comunque ho molta fiducia: anche della mia generazione [lagiannella ha trentatré anni, n.d.a.] si diceva che avesse valori deboli, e intanto eccomi qua.

Davide Lagiannella

lunedì 9 marzo 2009

mangalemmi 32

petulco: di animale, specialmente di capretto, che cozza con le corna.

irrequieto, aggressivo.

biblioterapia 4 – biblioteca la conca e my tube

nella giornata di ieri si è svolta, presso il negozio civico ChiAmaMilano di largo corsia dei servi (quello di milly, la cognata buona di letizia moratti, per intenderci), “Alziamo il volume”, un’iniziativa benefica a favore dei progetti di integrazione sociale nell’ambito della salute mentale. L’associazione “Alziamo il volume” (hanno un logo stupendo: tre omini neri lunghi lunghi che sollevano un enorme libro giallo – voglio assolutamente sapere chi l’ha disegnato) ha preso vita dal gruppo di lavoro della biblioteca La Conca, che ha fisicamente sede all’interno del dipartimento di salute mentale dell’Azienda ospedaliera San Paolo, a Milano in via Conca del naviglio 45 (tel. 02.81.84.33.04, biblioteca_laconca@libero.it). La giornata è stata dedicata al libro e al piacere della lettura, con aperitivo e bookcrossing. Per l’occasione è approdata a milano l’installazione dei campani “a design project”, da un’idea di Antonio Giarletta, Antonio Prigiobbo, Fausto Tarantino e Vincenzo Varriale: My Tube*, una struttura realizzata con materiali di riciclo, bellissima, su ogni pezzo di tubo arancione (quelli che si usano per le grondaie, credo) un libro in attesa (io ho lasciato L'ozio come stile di vita di Tom Hodgkinson e ho preso Dentro la foresta di Roddy Doyle). Del coordinamento dell’iniziativa (così come di quello delle attività della biblioteca) sono responsabili Barbara Bortolini e Claudia Giangregorio, due dipendenti dell’azienda ospedaliera, educatrici professionali, che dedicano alcune ore del proprio lavoro a questa esperienza. Nel dépliant di presentazione la biblioteca è descritta come “un servizio alla cittadinanza; uno spazio di aiuto alle persone che cercano di recuperare un proprio equilibrio e benessere”. Presso la struttura trovano spazio come tirocinanti le persone con problemi di inserimento o reinserimento sociale, che imparano a catalogare libri e audiovisivi, a gestire i prestiti e la posta elettronica, a occuparsi del bookcrossing e della creazione di eventi; è aperta anche agli utenti esterni e svolge un comodo servizio di quartiere, dato che la biblioteca più vicina (via conca del naviglio sta al confine tra la zona 1 e la zona 5) è quella del Sempione. La Conca svolge anche un servizio di prestito interbibliotecario in collegamento con le biblioteche Tibaldi, Chiesa Rossa, Fra Cristoforo e Sant’Ambrogio.

* un caloroso ringraziamento per le immagini di My Tube va a Francesca Palermo della Banca del Tempo Centro storico.

venerdì 6 marzo 2009

vecchi bizzosi e lesbiche eschimesi

mi sono molto divertita a leggere un articolo di alessandra farkas sul "corriere della sera" di ieri, un'intervista a harold bloom in cui, tra l'altro, l'impavido afferma:

"[…] se un lavoro non possiede splendore estetico, forza cognitiva e autentica originalità, non vale la pena leggerlo. La letteratura è un’epifania individuale e non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico. […] [Il Sessantotto] ha distrutto l’estetica, introducendo una finta controcultura politically correct in base alla quale basta essere un’esquimese lesbica per valere di più come scrittore".

sono tornata con la mente a un libriccino del 1992*, anch'esso piuttosto divertente, in cui si leggono cose come

"Inuit. Termine corretto per i canadesi di ascendenza cosiddetta 'eschimese'. Il termine 'eschimese' è considerato offensivo, in parte perché gli inuit hanno creduto per lungo tempo che significasse 'mangiatore di carne cruda'.

oppure

"Condimenti per insalata francesi, russi e italiani. Nell'edizione riveduta di Afrocentricity, Molefi Kete Asante argomenta in modo convincente che rispondendo 'francese', 'russo' o 'italiano' alla domanda 'Quale condimento preferisci per l'insalata?' gli afroamericani 'partecipano in maniera inconscia alla messa in scena europea'. Comunque, osserva Asante, dalla pubblicazione della prima edizione del suo libro si sono verificati alcuni positivi sviluppi: 'Ora abbiamo condimenti con nomi quali ghanese, nigeriano, senegalese e tanzaniano', scrive l'autore. 'L'idea è che l'afrocentrico rifiuta di essere sommerso da una realtà simbolica che ne nega l'esistenza'.

e poi

"Libro = carcassa d'albero trasformata";
"Illetterato = diversamente scolarizzato";
"Vecchio porco = individuo cronologicamente dotato concentrato sul sesso";
"Senzatetto = involontariamente privo di domicilio";
"Brutto = cosmeticamente diverso".

di recente una spiritosa giornalista con cui avevo comunicato solo per mail, alla mia domanda "quanti anni hai?" ha risposto "diciamo che sono diversamente giovane".

* Henry Beard, Christopher Cerf, The Official Politically Correct Dictionary and Handbook, Villard Books, New York 1992. La traduzione è di chi scrive perché, che mi risulti, il libro non è mai stato pubblicato in italiano.

giovedì 5 marzo 2009

immigrazione

"Sta sbarcando un gommone gremito di metafore e ricercatori e ossimori. Tutti illesi, tranne un dottorando e una sineddoche".

Alberto Arbasino, La vita bassa, Adelphi, Milano 2008

immagine courtesy www.whiteandsmalls.co.uk

l’inesistenza di spinoza e la biblioteca di jeeves

bertie wooster è un adorabile scioperato che abita una serie di storie raccontate in altrettanti libri dall’ineffabile pelham grenville wodehouse.
di nobile famiglia, ignorante come una capra ma protagonista irresistibile di avventure farraginosissime che si concludono immancabilmente con un suo scampato matrimonio, bertie conduce la sua britannica esistenza in un dorato mondo edoardiano totalmente alieno da brutture, in cui il massimo dell’azione criminosa consiste nella somministrazione di un mickey finn, e il massimo dell’imprecazione si risolve in qualche robusto “tally ho!” ululato dalla zia dahlia, indomita cacciatrice di volpi.
bertie è tiranneggiato con discrezione da reginald jeeves detto jeeves, il suo coltissimo maggiordomo/consigliere/balia, nonché custode del suo decoro, l’uomo da cui la vita di bertie non può prescindere (sì, in un libro della serie c’è un pallido tentativo di ribellione da parte di bertie, quando reagisce a muso duro di fronte alle dimissioni di jeeves, causate dal fatto che il nostro smidollato aristocratico ha deciso di farsi crescere la barba, ma dura poco).
il giovane wooster è sempre circondato da ragazze bellissime, alquanto eccentriche, una delle quali è l’aspirante romanziera florence craye, così descritta da bertie:

“Florence Craye […] è una di quelle ragazze intellettuali […] e un annetto fa […] ha scritto questo romanzo che l’intellighenzia, notoriamente portata ad apprezzare le più spaventose idiozie, ha accolto favorevolmente".

e a proposito del romanzo di florence, ecco il colloquio tra bertie e jeeves, nel corso del quale il primo si rivolge al secondo dalla vasca da bagno e del secondo si manifesta un inequivocabile talento da editore:

[…] “Hai mai letto Lungo viaggio?”, domandai, recuperando il sapone.
“Vi ho dato una scorsa, sir”.
“Che te ne è parso? Coraggio, Jeeves, non fare il riservato. La parola comincia per m”.
“Ebbene, sir, non arriverei al punto di qualificarlo col termine al quale immagino che lei si riferisca, ma mi è parso un lavoro un po’ immaturo, carente nella forma espressiva. I miei gusti personali mi spingono piuttosto verso Dostoevskij e i grandi russi. Nondimeno, l’intreccio non era del tutto privo di interesse ed è molto probabile che eserciti un richiamo sul pubblico.”

un successivo dialogo tra bertie e florence ci mostra una tipica situazione woosteriana, in cui l’equivoco influenza inesorabilmente il corso degli eventi; dalle parole di bertie, poi, comprendiamo appieno la statura culturale di jeeves:

[…] in te c’è molto di più di quanto la gente sospetti. L’ho capito quel giorno che ti ho sorpreso in quella libreria mentre compravi Lungo viaggio. Te ne ricordi?”
Non avevo dimenticato l’incidente. Tutta la faccenda era stata uno sfortunato equivoco. Avevo promesso a Jeeves di comprargli le opere di un certo merlo di nome Spinoza – una specie di filosofo o qualcosa del genere, a quanto ho capito – e il tizio nella libreria, esprimendo l’opinione che non esistesse nessuno Spinoza, mi aveva rifilato Lungo viaggio, nella persuasione che probabilmente era proprio quello che cercavo, e io l’avevo appena afferrato, quand’era entrata Florence. Presumere che l’avevo comprato e scriverci sopra il suo autografo con la penna stilografica empita d’inchiostro verde fu tutt’uno”.

quel commesso di libreria mi pare di averlo già incontrato.

in ogni caso, in questo periodo dell’anno tendo sempre all’edoardiano di wodehouse. lì vado a rifugiarmi nell’inutile tentativo di contrastare la primavera incipiente: dietro agli spessi tendaggi del drones club, sprofondata nella mia poltrona di cuoio di russia e avvolta da un’aromatica nube di tabacco, mentre gli altri soci discutono di golf, dovrei riuscire a prolungare l’inverno ancora per un po’.

p.s.: forse non tutti sanno che il doctor house, prima di essere gregory house, è stato bertie, insieme con stephen fry/jeeves, nella premiata serie della bbc Jeeves and Wooster.